Smettere di mangiare è una scelta molto lucida, a qualunque età la si faccia.
È il bisogno di controllare qualcosa quando tutto il resto sfugge al tuo controllo.
Le emozioni ridondanti da adolescente, quando il mondo sembra ostile ed incomprensibile, a te, che già fatichi a comprendere te stessa.
La fastidiosa pretesa che hanno gli adulti poi di sapere cosa stai passando.
– Come se gli adulti, fossero nati già adulti. E non avessero già visto e vissuto –
Quel desiderio di essere invisibile, di scomparire, perché se gli altri non ti vedono non possono ferirti, e se non ti vedono allora forse tu non esisti.
E almeno non dovresti preoccuparti di come fare a saltare i pasti senza che nessuno se ne accorga.
È tutto troppo pesante a quell’età.
La scuola, il rapporto con i genitori, i dettami della società delle apparenze, gli amori non corrisposti, il tuo corpo, il tuo cuore.
Pensi che forse se lo tagliassi a pezzi piccoli piccoli come fai con la fettina di carne nel piatto, allora magari potresti sopportarlo.
C’è qualcosa di molto sottile che si insinua nella tua testa e che ti fa sentire inadeguata, insoddisfatta, fuori posto, fuori tempo, fuori spazio.
L’unica cosa che ti consola e ti rende solida e ferrea, è poter controllare il tuo peso.
E finché te lo fanno fare, ti senti invincibile.
Come se quella fosse l’unica cosa che conta. Come se tutto il tuo disagio e il dolore che nascondi dietro a quegli occhi impenetrabili, fosse tutto racchiuso lì, nel numero che appare sulla bilancia.
C’era una ragazza in ospedale durante il mio ricovero, che camminava ossessivamente lungo i corridoi trascinandosi la flebo, con la disarmante pretesa di consumare quelle poche calorie ingerite a forza, nei pasti controllati dell’ospedale.
Non ricordo il suo nome ma ricordo i suoi capelli radi, la pelle trasparente quasi si potesse vedere attraverso, e lo sguardo vuoto, struggente.
Avevo ancora troppa fame di vita io, per diventare la copia di quella ragazza.
E così scelsi di guarire.
Nel tempo poi il mio corpo è cambiato come una dolce fisarmonica di cui però mi preoccupavo sempre meno, intenta come ero, e come sono ancora, a occuparmi di ciò che sta dentro l’involucro. Che ad un certo punto capisci, è tutto quello che conta.
La gravidanza resta comunque una grande prova di coraggio, non importa da quanto tempo ti prodighi guarita, il corpo che si trasforma indipendente al tuo controllo, sotto sotto, intimorisce tutte.
Ma vedere quanta vita scorre dentro quei cambiamenti, altera completamente la prospettiva e il modo in cui guardi al tuo corpo, capace di compiere cose straordinarie.
Sono passati 10 anni da quella volta in cui papà mi regalò un libro speciale pieno di sue sottolineature a matita:
“VOLEVO ESSERE UNA FARFALLA – Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere”, e solo adesso ho deciso di riprendere in mano quelle pagine sopravvissute a molteplici traslochi.
Per aprire una finestra su una stanza chiusa da decisamente troppo tempo.
Ritrovo i passaggi sottolineati da mio padre, e ritrovo tutta la sofferenza di quegli anni bui, in cui volevo essere leggera come una farfalla.
Quel dolore indigesto, quella percezione balzana di non esistere per gli altri, quel grido silenzioso, mi rendo conto di averli nascosti molto in fondo alla mia anima, in una zona buia dove è sempre notte. E dove sono sempre sola.
Ma, si sa, scrivere e raccontare spesso è curativo.
E poi era arrivato il tempo di riaprire quella stanza buia, cambiare l’aria e far entrare nuova luce.
Fa bene per chi la apre e per chi ci entra.
Ci fa sentire tutte un po’ meno sole.
Ecco. Più o meno così, è come “l’anoressia mi ha insegnato a vivere”.
E come ho imparato a vivere senza pesare il mio cuore.
