Al momento stai visualizzando La fioritura dei ciliegi e i suoi occhi obliqui.

La fioritura dei ciliegi e i suoi occhi obliqui.

Erano gli anni ottanta.

I ragazzi guardavano Happy Days e Love Boat, mentre le signore erano impegnate a cotonarsi le acconciature e a cucire le spalline ai vestiti. Era il periodo dei baffi e degli occhiali da aviatore, dei colori fluo, di David Bowie e dei Police, quando offrirono a mio padre un lavoro a Tokio.

Si trasferirono quando mio fratello aveva 4 anni, un asilo per bambini stranieri, una casetta giapponese con tatami e pareti rivestite di bambù, e quell’aria sognante che aveva mia mamma quando arrivava in un paese sconosciuto.

Il Giappone le è rimasto sconosciuto nonostante ci abbia vissuto per un anno. Era distante, impalpabile, un sogno fragile come un origami.

Le mancava Bologna, la “morbida linea dei suoi colli”, la luce della primavera quando si riflette sul rosso dei tetti, le piazze, il profumo del pane mentre passeggi sotto i portici.

Poesie tratte dal suo libro “Passi di luna”.

“Ci sono 
nascoste nel centro 
delle piccole strade – aliene al sole 
e quasi timorose di perdere 
alla vista ciò che rimane del loro mistero 
da pochi conosciute
ancora ravvolte
 di muffa e colore, di secoli andati 

Forse più care al ricordo 
di me divisa da oceani di storia 
sempre attenta a scrutare 
la Bologna della mente.
 Attenta ai suoi rumori 
nell'alba della partenza 
quando – invasa da nebbie – poco di lei 
mi lasciavo alle spalle 
senza sapere 
come acuta doveva arrivare 
la nostalgia del suo rigido inverno 
tra questo sole irreale di gennaio. 

Ed ora so che è vero 
che noi bolognesi di nebbia e di neve 
abbiamo bisogno  
nella stagione delle rimembranze 
del suo colle irrigidito dal gelo 
a cui lanciare uno sguardo 
il mattino di fretta 
a rassicurarti di un giorno 
che da lui si diparte.” 
A BOLOGNA LONTANA (Da Tokio, gennaio ’82) di Giosuela Grifa

Quando scriveva questa poesia aveva già scoperto di essere incinta, proprio di una femmina coi codini, come voleva mio fratello.

Se fossi nata a Tokio mi sarei chiamata Misako, avrei dormito schiacciata a lei sul tatami e avrei passeggiato avvolta in un bozzolo di cotone bianco, tra i ciliegi e quel sole irreale di cui tanto poi mi avrebbe parlato.

Invece poi in primavera, proprio durante la fioritura dei ciliegi, decisero di tornare a Bologna, per farmi nascere in una sera di giugno coperta di azzurro, tra quei colli e quelle pianure opulenti.

E la sua malinconia di quei mesi a Tokio mi è rimasta incollata addosso, mi ci sono nutrita nei primi mesi di vita dentro di lei.

Di nostalgiche passeggiate tra l’aria rarefatta e gli sguardi obliqui e sottili – come raccontava nelle sue poesie. La sua testa che gira sopra milioni di teste uguali “a Shinjuku come a Ginza” – e io che giro dentro di lei in quella città indecifrabile e lontana.

Mi è rimasta addosso quella vaga tristezza, che ho portato con me in ogni vagabondaggio solitario in giro per il mondo; e che ho con me anche adesso, che guardo i pini alti e spettinati dal vento, dalla finestra della mia casa quaggiù, a kilometri di distanza dalla nostra amata città rossa e nebbiosa.

Che solo se la guardi da lontano la riesci ad amare davvero. Con quell’inverno sprezzante e gelido, ovattato dalla neve e dal sole grigio; con quelle estati torride, azzurre come un cielo che non conosce nubi, vuote e silenziose, in cui le biciclette girano lente e le signore escono per comprare il pane solo nelle prime ore del mattino, quando l’afa ancora non attanaglia il respiro.

Mi piace amarla a distanza, la mia città. Se non me ne fossi andata per guardarla da lontano, non avrei potuto sentire quella nostalgia di cui mi parlava lei – in quei pomeriggi dolorosi in cui ci siamo raccontate tutto, sedute sul suo grande letto, impazienti di rivelarci quanto più possibile per paura che quel tempo scomparisse come la nebbia in primavera.

E poi quel tempo è scomparso – insieme a lei e ai suoi occhi obliqui – lasciandomi cullata dalle sue poesie e dalla sua risata che risuonava nello spazio tra gli incisivi. Lo stesso spazio che io e mia sorella portiamo fiere nei nostri sorrisi che raccontano di lei.

E il Giappone è un quadro appeso ad una parete, è un vaso di porcellana in uno scatolone, è un vinile con la copertina in bianco in nero e una scritta indecifrabile, è un album di fotografie in cui, Lei, bellissima, nascondeva la malinconia dietro a grandi occhiali; è una terra lontana che suscita dentro di me sensazioni che non riesco a tradurre a parole, ma che forse prima o poi visiterò.

Appena sarò pronta ad immaginarla lì – a scrivere poesie su una panchina di una strada qualunque, affollata di persone gentili e assenti – senza che il ricordo di lei faccia troppo male.

O forse lascerò che il Giappone rimanga un dipinto su carta di riso, per paura che la modernità e i colori sgargianti spazzino via i suoi racconti nebulosi e acquerellati, incollati alla mia mente come la sua dolce malinconia.

Che assomiglia così tanto alla mia, che mi viene da pensare che forse è vero, che quando aspetti un figlio, le tue emozioni trapassano la placenta fino ad installarsi lì dentro, dove i bambini si nutrono nei primi mesi di vita.

La terrò con me, la sua nostalgia, quando penserò alla mia città vista da qui.

Quando costruirò origami di ricordi delle corse in motorino sui colli; delle mani in tasca con le dita ghiacciate dal freddo, mentre chiacchieravamo per strada seduti sui sampietrini; dell’arancione dei suoi lunghi portici, rassicuranti come un caldo abbraccio quando arriva l’autunno e la nebbia calava suoi miei occhi

– velati e obliqui proprio come i suoi.