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Le mie prigioni

Sono seduta a gambe incrociate, nella penombra della sera.
Medito, con intenzione, come non avevo mai fatto prima d’ora.
Prima che la prigione che avevo costruito con la mia mente in tutti questi anni, mi apparisse finalmente chiara e limpida.

Nonostante la visione più consapevole e lucida mi sento ancora, spesso, sopraffatta dalle emozioni.

E allora, invece di fuggire come ho fatto tutta la vita, adesso mi siedo, chiudo gli occhi e le ascolto, quelle emozioni.
Questo periodo storico è cruciale, per smetterla di scappare – inchiodati dentro quattro mura – e fermarsi a sentire e comprendere.
Per fare il passo verso il cambiamento.
Per essere il cambiamento.

Finisco di meditare e mi preparo per dormire, sicura di aver riequilibrato il mio stato emozionale.

Sono nel letto e leggo, un romanzo, nulla di profondo e saggio, un semplice pezzo di narrativa, ed improvvisamente sento salire l’ansia e sento l’ansia trasformarsi in quello che ora sono in grado di riconoscere: un attacco di panico.

Ma come? Proprio adesso?
Ora che credo di aver compreso la via, mi torna a fare visita lui.
Quello stronzo.
Ma non lo avevo lasciato andare?

Leggevo ma ero in uno stato di dormiveglia e sentire il panico salire mi ha fatto sobbalzare nel letto, come quando ti svegli per un incubo.
Nodo in gola.
Sudo.
Non respiro.

Scendo dal letto, faccio le scale al buio e mi dirigo in cucina.
Cosa posso fare per calmarmi? – penso.
Tisana.
Fiori di bach.
Fumo.
Accendo la luce.
Esco in terrazzo a prendere aria e a guardare il cielo buio, disseminato di stelle.

No. Non farò nulla di tutto questo.
Questa volta no.
Questa volta resto.
Non voglio curare il sintomo.
Voglio andarci dentro, fino in fondo.

Mi siedo, cerco di calmare il battito e faccio uno scan dei miei pensieri notturni.

Ed ecco, l’illuminazione.
Sono ancora vittima delle paure che la mia mente crea.
Le vedo, come immagini di un film proiettate su uno schermo.
(La mente è una regista da premio Oscar a volte).
La mia vita è stata tutta un bellissimo film che ho girato io stessa.
Non ne sono solo la protagonista.
Ma la sceneggiattrice, la regista e la produttrice.

Le cose non sono successe perché il fato le ha messe sulla mia strada, semplicemente perché il più delle volte le mie paure hanno preso forma.
A volte umana, a volte astratta.
E si sono palesate proprio come io avevo previsto nella mia sceneggiatura.
E il momento in cui sono in grado di riconoscere ciò, sono anche in grado di superarlo.
Se io stessa le ho create, io posso, in qualche modo, lasciarle andare.
Posso liberarmene.
Ed iniziare a scrivere tutto un altro film.

Sono seduta sulla vasca da bagno quando penso tutto questo.
Ed improvvisamente il mio corpo si rilassa, il respiro torna profondo, e io mi sento calma.
Sei pazza? – rifletto.
No. – mi rispondo.
(i dialoghi con me stessa in queste settimane sono reali come non mai, battute scritte; mi dico e mi contraddico, mi chiedo e mi rispondo, mi rimprovero e perdono. Ma so di non essere la sola. We are all in this, together, noi e le nostre molteplici personalità).

No. Non sono pazza.
È davvero così semplice.
È davvero un interruttore.
On – off.
E ora capisco di essere stata spenta per tanto, tantissimo tempo.
Di essere stata in balia del circolo vizioso azione/reazione, causa/effetto, meglio conosciuto come karma.
Ma non importa, tutto serve.
La cosa importante è aver acceso la luce.
E come si vede meglio con la luce.
Si vede tutto.

Non faccio nulla, nessuna tisana, nessun palliativo, torno semplicemente in camera, mi rimetto a letto e sento il respiro tornare regolare.

Questo nuovo film, questa nuova stagione, è appena iniziata, e io non vedo l’ora di scriverne il resto.

E anche se in questo momento sono imprigionata dentro quattro mura, non mi sono mai sentita più libera.

Sí, l’ho portata a vedere il mare.
Il nostro affetto stabile.