La storia era più o meno questa: verso le sei di sera si metteva in cucina con i gatti a guardarlo (ce n’è stato sempre almeno uno in casa nostra) e iniziava ad impastare.
Tutti i sabati di ogni settimana, che fossimo tutti presenti a cena o che ci fosse uno solo di noi.
Era l’unica cosa che faceva in cucina, non è mai stato un grande cuoco, non lo era neanche la mamma a dire la verità. Facevano parte di quella generazione un po’ naif della Bologna sessantottina, cresciuta a politica, università e poesia.
Poche ciambelle. Poche tradizioni.
Quelle si sono consolidate con l’arrivo di una famiglia propria, e comunque anche successivamente potevano subire delle modifiche strada facendo.
Noi bambine abbiamo imparato ad arrotolare la pasta sfoglia sul mignolo – in quel gesto millenario e meraviglioso che trasforma la sfoglia in un tortellino perfetto – dalla nonna, massaia per eccellenza di casa nostra.
Verso le otto si cominciava a fare l’appello per la cena.
“Ho fatto una pizza super” diceva sorridendo.
Tutti i sabati era super. Che venisse alta, bassa, poco cotta o croccante, la sua pizza era comunque super.
Lui aveva l’ingrediente segreto per la riuscita della ricetta: un miscuglio perfettamente equilibrato di amore, gentilezza, passata di pomodoro e capperi al sale.
Ci sedevamo a tavola con il tg sempre in sottofondo; a volte c’eravamo tutti ed erano le serate più belle, anche se poi, ancora sgranocchiando l’ultimo pezzo di pizza, ci si alzava per fuggire chi da una parte chi da un’altra schioccandogli un bacio sulla guancia ruvida.
E a volte si tornava alle 7 del mattino a casa, incrociando proprio lui sulla soglia, tutto attillato nella sua tenuta da bici.
Lui che apre la porta e ti trova lì fuori un po’ sciancata e dice: Beh ma Tata?!
E lo vedi ridere sotto agli occhiali specchiati. Perché lo sa che sei un po’ scema ma ti vuole bene così come sei.
E tu che non riesci a comporre una frase di senso compiuto e gli rispondi un “ciao papi” sbiascicato e scappi in camera con la coda fra le gambe.
Potevamo girare come trottole o perdere la bussola, partire e poi tornare, ma la nostra certezza era sempre quella che il sabato alle sei lo avremmo ritrovato lì ad impastare la sua pizza super.
Oggi è sabato, e questo nuovo tempo immobile in cui ci troviamo a vivere, ha rispolverato la tradizione dell’impasto super, rimasta fino ad oggi chiusa in un cassetto insieme a vecchie fotografie.
La ricetta è sempre quella, dettata da lui al telefono tanti anni fa quando arrivando qui a Roma, iniziavo a cimentarmi nei primi rudimenti culinari.
Squilla l’orologio del forno, Bianca è già davanti al piatto, impaziente, la cucina pervasa da quel profumo inebriante di pizza. Chiudo gli occhi e come la Madeleine di Proust, sono subito lì, in via Galimberti, seduta al tavolo della cucina, inconsapevole che quel momento sarebbe diventato presto un ricordo, appeso con una calamita al frigo di casa.
“LA PIZZA DI PAPI: 3 etti di farina, fai un buco al centro e sciogli il lievito in un bicchiere di acqua tiepida… “
I suoi occhi grigio-azzurri, i guanti da forno a coprire le mani grandi, la teglia fumante.. improvvisamente sono io che parlo a mia figlia, il suo stesso sguardo, lo stesso tono di voce, la teglia fumante: “ho fatto una pizza super, Tata”.

