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La fiat Tempra e gli spiriti erranti

Credo che tutto abbia avuto inizio lì, negli interminabili viaggi sulla nostra Fiat Tempra.

Lo spirito di adattamento infinito per percorrere migliaia di chilometri schiacciati in 5 dentro l’abitacolo, i panini mangiati nelle piazzole di sosta seduti sul bagagliaio aperto e quel brivido che ci dava il nomadismo.

Non alloggiavamo quasi mai in alberghi, ma scambiavamo casa con famiglie del luogo. Un modo meraviglioso per immergersi nella vita locale, e sentirci a casa anche in un paese straniero.

Se ci pensi ora a far entrare una famiglia sconosciuta dentro casa tua mentre tu, a migliaia di kilometri di distanza, dormi nei loro letti e fai colazione nella loro cucina, sembra pura follia. Eppure per noi era normale; forse proprio lì ho imparato a non attaccarmi alle cose, intese come cose. A noi bambini non importava poi molto che altri bambini venissero a casa nostra a giocare nella nostra camera. Abbiamo imparato presto che la vita non andava riempita di cose. Ma di quei ricordi che ora affiorano nella mia mente e mi tengono a galla.

Di mio padre che guidava lentamente e noi che ripetevano come un mantra “quanto manca” infinite volte fino a non ascoltare neanche più la risposta, tanto mancava sempre tantissimo e lui guidava sempre lentissimo.

Di noi tre seduti dietro; io e mio fratello ai finestrini e mia sorella in mezzo che ci inventavamo la qualunque per evitare che vomitasse ad ogni curva.

Del gioco di indovinare le targhe, che ancora erano indicative della provincia di provenienza, e che non sapevamo mai se VE era Verona o Venezia.

Di mia madre che insisteva per guidare, perchè con lei si arrivava sempre prima, e così papà poteva guardare la cartina e magari non ci saremmo persi.

Dell’Ungheria che per arrivarci forse ci abbiamo messo un quarto di vita. Ma ancora ricordo nitidamente l’effetto che mi fece la vista del Danubio e la funivia per arrivare al castello dove abbiamo riso come matti per le solite prese in giro fra mamma e papà.

Dei castelli della Loira, e di quel viaggio itinerante in cui abbiamo percorso talmente tanti chilometri che solo la vista di quei luoghi magici riusciva a compensare le ore interminabili seduti a guardare dal finestrino.

Di Parigi, che mia mamma amava sopra ogni cosa, e che ogni scusa era buona per passare di lì nei nostri innumerevoli viaggi intorno alla Francia. E quell’amore che è riuscita davvero a trasmettercelo; che io e mia sorella forse non amiamo nessuna città così tanto come quella. Nessuna città ci parla di Lei, come quella.

Della Camargue e della prima volta che ho visto i fenicotteri, mentre parcheggiati sul ciglio di una strada deserta, mangiavamo i nostri panini seduti sul bagagliaio in bilico tra la realtà e l’incanto.

Della mamma che voleva cambiare i soldi lei, perchè diceva che era un buon affare cambiarli lì per le strade di Budapest. Conviene – diceva – fidatevi. E poi veniva raggirata e noi ridevamo per il resto del viaggio anche se poi i soldi ce li avevano fregati davvero.

Di papà e della sua macchina fotografica giapponese con cui è riuscito a perpetuare nella memoria attimi di viaggio preziosi come gioielli. E loro che ci chiedevano di fargli le foto, e si mettevano in posa, sempre abbracciati, così belli da fare male.

E ora scavo nei ricordi per non perdere quell’immagine di loro, di noi insieme, della vita prima che arrivasse la tempesta.

Le tracce di noi bambini che cerchiamo tra i racconti e le fotografie per paura che scompaiano nell’oblio del tempo.

Avrei voluto vederli diventare vecchi. I capelli grigi che mia mamma non ha mai avuto e che forse avrebbe tinto con l’henné, come le piaceva fare mescolando intrugli rosso magenta con un turbante in testa.

E lui, con quel fisico atletico e asciutto che avrebbe avuto anche da anziano, le mani grandi che forse si sarebbero macchiate con l’età e il sorriso che si apriva sulle rughe intorno alla bocca, le stesse che ho anch’io da sempre.

E questo spirito errante, che adesso vive in me e che sto tramandando con grande dedizione, anche a mia figlia.

Perché sappia quanta bellezza c’è nel costruire ricordi di viaggio.

E che sempre nella vita, quando avrà bisogno di fuggire dalla realtà, potrà rifugiarsi lì.

Tra i ricordi delle nostre avventure.

Tra quelle cose che non sono cose, ma che sono le più preziose che abbiamo.