In italiano non esiste una traduzione corretta e significativa di questa parola, che per me è sempre stata molto rappresentativa.
Io over-penso.
Da sempre.
Probabilmente dallo stato embrionale.
A volte è un bene, mi aiuta a ragionare intensamente sulle cose, su me stessa, sui miei comportamenti e su quelli degli altri.
Mi serve per capire dove sbaglio e dove posso migliorare, quando è giusto chiedere scusa e quando lasciare andare qualcosa che non mi serve più o mi fa soffrire.
A volte vorrei essere più leggera, più spensierata, vorrei saltellare da un pensiero all’altro senza soffermarmi, senza scavare sempre così a fondo.
Che poi quando ci sarebbe da pensare prima di parlare o di agire…lì invece non over-penso mai.
Lì mi butto senza paracadute.
Poi dopo però ci ripenso come i cretini.
E va bene, ormai ho imparato ad accettarmi così come sono.
E anche chi mi ama ha imparato a prendermi così, tanto poi lo sanno che che se sbaglio sono sempre pronta ad ammetterlo.
La mattina in particolare è il momento dell’ overthinking per eccellenza.
Bevo tazze di caffè allungato e metto insieme i pezzi come un puzzle nella mia testa.
Forse è per quello che non sono mai andata d’accordo con le sveglie stressanti e frettolose della mia vita precedente.
Quando non avevo tempo di soffermarmi tra le mie sinapsi perché dovevo vestirmi – lavarmi – sbrigarmi – svegliare Bianca – correre a scuola e poi in ufficio.
Neanche di notte riesco a fermare la mente, e i miei sogni sono sempre dei blockbusters.
Film hollywoodiani da raccontare il giorno dopo o da tenere per sé per ragionarci su… (un altro po’..) e capire da dove provengono.
La meditazione poi, è stato l’ostacolo più difficile per me.
Mi dico: ora non devi pensare. Penso che non devo pensare, e intanto sto già pensando che non ci sto riuscendo.
Un’impresa insomma.

Poco fa mi trovavo sulla terrazza del nostro ostello nella favela sopra Santa Teresa, bevevo caffè e pensavo a chissà cosa guardando Rio dall’alto.
Forse a quanto fossi fortunata a trovarmi proprio lì, in quel preciso istante.
E se nella fortuna ci fosse una componente di coraggio, di determinazione e di istinto.
Beh, pensandoci adesso che sono diretta a nord per proseguire questa avventura, con Bianca che dorme sulle mie gambe e James Blake nelle cuffie, credo proprio di sì.
Che l’istinto ed il coraggio abbiano avuto la meglio sul ragionamento.
Per fortuna quando ho deciso di viaggiare con lei la prima volta, 6 anni fa, non ci ho pensato troppo su.
Ho riempito uno zaino, di magliette e pannolini lavabili, mi sono caricata una neonata sulle spalle e ho lasciato spazio all’ imprevisto.
