“È difficile crescere dritti quando non ci sono le fondamenta” diceva qualcuno.
E io di dritto non ho proprio niente. Dai capelli, alla colonna vertebrale, dal naso al modo di camminare. Persino i pensieri non sono diritti ma prendono direzioni bizzarre e vorticose.
Mancando poi le fondamenta, noi storti, dobbiamo inventare un modo perché la nostra casa (e la nostra vita) resti in piedi e non crolli al primo soffio di vento.
E Io sai come ho fatto io Papi? Ho provato a non avercela una casa. Perché mi dava pena vederla crollare ogni volta. E per casa non intendo esattamente un luogo fisico, non so se mi spiego.
Ad ogni modo, col tempo e con l’arte antica della pazienza, ho imparato a ricostruire.
Ogni volta che crollava la rimettevo in piedi.
Hai presente quel gioco con i legnetti in cui togliendo un pezzo alla volta devi cercare di non far cadere la torre? Forse no, perché noi da piccoli non l’avevamo. Comunque è metafora perfetta della mia vita.
Oh incredibile, c’è sempre qualcuno che sta lì a togliere dei pezzetti di legno. Ma la cosa bella del diventare adulti è che non ti arrabbi più con il sabotatore – che tra l’altro cambia ogni volta, quindi diventa un’inutile dispersione di rabbia multi direzionale che alla fine torna sempre indietro, un po’ come sputare da sdraiati (cit.) – ma impari nuovi modi per tirar su la torre sempre più creativi e ingegnosi, alleggerendo di orpelli inutili e riducendo la sua struttura all’ essenziale. Del resto, una roba qualunque per rimanere in piedi senza fondamenta, deve essere semplice e leggera.
Comunque Papi, voi come state? Come va la vita eterna?
Tu pensa come siamo sciocchi noi umani che speriamo di vivere (giovani) il più a lungo possibile – possibilmente per sempre – senza renderci conto di che cavolo di patimento sarebbe. Un’ agonia.
Scusa, divago come sempre. Volevo chiederti di voi due, se siete ancora lì ad occuparvi di noi (così pare..) o se vi siete persi di vista, anime buone dissolte nell’ infinito. Chissà. Prima o poi lo scoprirò.
Ho ritrovato un reperto meraviglioso della mamma, che grazie alla sua vena poetica, ha tramandato pezzi di vita e di cuore trascritti su carta, perché noi, adesso che viviamo nell’ assenza, possiamo mettere insieme i pezzi del puzzle delle nostre vite. O meglio, delle vostre vite.
È il racconto di quando vi siete trasferiti in Giappone, quando Nicolò era piccolo e io ero lì per aria che vi stavo scegliendo per poi insinuarmi dentro la mamma in un atto d’amore sul futón e scombinare tutti i vostri piani (giusto per farvi capire con chi avreste avuto a che fare).
Beh quel racconto lo abbiamo letto una domenica pomeriggio in cui noi tre fratelli bevevamo il tè in cucina (tradizione familiare indissolubile) e i nostri figli giocavano in giro per casa. La mia casa, la nostra nuova casa (o torre di legno che dir si voglia).
Era una scena perfetta, che voi avreste adorato. E secondo me eravate lì sul palco reale a godervela commossi.
Sai, da quando sono tornata a Bologna vi sento dappertutto. E ho capito perché ci ho messo quasi vent’anni per tornare. Non ero pronta a far convivere la vostra evanescente presenza con l’ assordante assenza. Dovevo prima giocare a distruggere e ricostruire un centinaio di volte prima di tornare qui.
Dove vi si sente prepotentemente tra le strade e nella luce del mattino. Quella luce bolognese azzurrocielo o grigioacciaio che si insinua tra i mattoni rossi e i cipressi alti del mio quartiere.
Vi si sente nei pranzi in famiglia, nella sagoma onnipresente di San Luca, nello sferragliare della mia bici sui sanpietrini, nel vociare dei mercati del centro, dove quella parlata morbida torna a me come una carezza tardiva, di cui tanto avevo bisogno.
Ma non c’è mancanza, c’è un grande senso di pienezza.
Qualche giorno fa uno dei tanti maestri che hanno incrociato il mio cammino ha scritto: Tutti vogliono stare sempre bene senza imparare a stare male. La morte è il requisito necessario perché la vita si manifesti nuovamente.
Ecco, ti volevo dire che io ho imparato a stare male. E anche se adesso sto molto bene, forse un giorno starò ancora male.
Ma ora ci so restare. E so tornare a stare bene.
Ed ho anche accettato la morte, e non mi fa più paura (e tu lo vedi visto il lavoro che ho scelto). Perché so che è necessaria. E che vita morte, luce buio, azzurrocielo e grigioacciaio sono tutti parte della stessa storia. Necessari l’uno all’ altro.
Ora devo andare, non perché non abbia tempo per scriverti, ma perché il presente di là dietro la porta, è molto bello e voglio andare a viverlo.
Ciao papi, bacia la mamma.
Vi tengo stretti.
(Ma vi lascio anche un po’ andare).
Con infinito amore.
Tata
