E’ il compleanno di mio fratello. Penso appena sveglia a fargli arrivare i miei auguri e il mio amore.
A lui, che da quel giorno di 15 anni fa, non ha più voluto festeggiare e che ogni anno si nasconde da qualche parte per far passare questa giornata il più inosservata possibile.
Ricordo quel giorno come fosse ieri.
Mi sveglio presto, forse ho passato un’altra notte insonne, Papà non c’è, è già in ospedale dalla Mamma, prigioniera di quel letto asettico da un numero imprecisato di giorni.
Decido di preparare il caffè e portarlo in camera a mio fratello insieme a qualche biscotto consolatorio.
Nonostante la mia impellente ribellione, conservo ancora dentro da qualche parte, un respiro dolce ed affettuoso.
Anche per Lei, che vado a trovare tutti i giorni, malgrado il dolore sia tagliente come una lama.
Mi siedo sul suo letto, soffocata dalle pareti grigie ed inquiete, le leggo pagine di un libro, lo stesso che adesso troneggia sulla cassettiera di camera mia e che non ho mai più avuto il coraggio di aprire.
Ricordo che mio fratello mi ha sorriso quando mi ha visto entrare con il vassoio della colazione, e forse quello è stato l’ultimo sorriso prima che su di noi si abbattesse la bufera.
Squilla il telefono, mi precipito, non riesco a capire, non voglio sentire, non è possibile, cosa stai dicendo Papà? Corriamo in ospedale con il fiato sospeso.
Siamo noi quattro attorno al suo letto, sinfonia di strumenti dilaniati dalla sofferenza.
Se ne sta andando, respira a fatica, le tengo la mano stretta fra le mie, le parliamo, la rassicuriamo, “stai tranquilla Mamma, siamo qui con te”, le scende una lacrima, ci sta lasciando, posso sentire chiaramente il rumore dei nostri cuori di vetro che vanno in pezzi.
E poi il corpo esanime. Ho ancora la sua mano tra le mie. Mi dicono di andare fuori dalla stanza ma io non voglio lasciarla. Appoggio la guancia sul palmo della mano, è calda, liscia, ha ancora la fede al dito, vi prego ditemi che non è vero.
Sono passati 15 anni e sono a casa da sola; Bianca non è qui con me ed è strano perchè mi sta sempre intorno durante queste ricorrenze, mi asciuga le lacrime, mi stringe al suo corpo profumato, lei, piccola adulta dal cuore grande come il mondo.
Il calendario beffardo, ha voluto far cadere proprio oggi la festa della mamma, nel mese delle rose, il Suo mese preferito.
Lei che senza saperlo, mi ha insegnato tutto. Mi ha insegnato ad essere madre mentre io incespicavo nel ruolo di figlia.
Mi alzo da letto frastornata; sembra sempre che il giorno in cui ricorrono questi anniversari, il tempo si sia fermato a quel momento preciso in cui pezzi di noi se ne sono andati per lasciarci per sempre lì sul ciglio del burrone.
Possono passare anni o decenni, il dolore, il ricordo, è immutato e lacerante.
Prendo il caffè e mi stendo sull’amaca, scrivo di getto delle parole rivolte a mia figlia.
Lei che la vita me l’ha rivoluzionata completamente. Piccolo uragano d’amore.
Poi quel sogno che si avvera, inaspettato. Lui bussa alla mia porta. L’avevo lasciata aperta, per far entrare la luce e la brezza primaverile. C’è nessuno? Vieni entra. Ho apparecchiato per due.
“Pazzesco” dice Lui. “Spiazzante” rispondo io.
Sei tempesta e impeto mi chiosava mia Mamma.
Sei impetuosa, forza incontrollabile. Mi fotografa Lui.
Ho imparato a lasciare la tempesta con il tempo, mi sono fatta pioggia leggera che diventa temporale solo quando incontra nuvole scure.
Lui è fiume in piena. Mi investe, mi inonda, mi spazza via, dirompente.
Come acqua.
Mi reggo forte. Sono pronta questa volta. Non scivolo via trascinata dalla corrente.
Resto.
Resto aggrappata al fondo. Salda come roccia. Titanica e inamovibile.
La vita mi sta sorridendo, come aveva previsto papà.
Quei due, silenziosi burattinai, che tessono le fila di uno spettacolo imprevedibile e mozzafiato, riescono a sorprendermi ogni volta.
Mi guardo allo specchio. Ho i suoi occhi di cielo piantati addosso.
Lui, così uguale a me da rimandarmi un’immagine bellissima che forse non mi ero mai soffermata a guardare.
Straripante, come l’amore che ci investe. Accogliente come le acque di quel fiume in cui si tuffa facendomi saltare i battiti.
Incrocio di anime la nostra storia. Così bella da non volerla quasi raccontare per paura di perderne l’incanto.
Seduti sotto un albero ci raccontiamo del dolore che condividiamo, e che adesso che lo diciamo ad alta voce, occhi negli occhi, sembra quasi faccia meno male.
I miei segreti. Le sue paure.
Un oceano di avventure da navigare. Il mare dentro. Il rumore delle onde che portano via i pensieri. L’incavo della spalla in cui la mia testa combacia alla perfezione.
Mi affaccio dal terrazzo, occhi fissi su quel pezzo di cielo rivolto ad Est.
Sorrido, “Grazie Mamma”. Io so che Lei sa.
Buona festa della Mamma.
Sei dappertutto.
Sei per sempre.
