Ho scritto così tanto di te, da quando attraversavi frontiere con tue piccole infradito e uno zaino pieno di peluche, che sembra già tu abbia vissuto diverse vite, o che le parole per raccontare la nostra storia non siano mai abbastanza.
Forse è perché con la tua disordinata presenza riempi tutti gli spazi.
Anche quello del cuore che prima di te, non sapevo nemmeno potesse contenere così tante cose.
Una di sicuro me l’hai regalata tu al tuo arrivo.
Ed è il coraggio.
Prima mi illudevo di averlo perché facevo cose pazze, tipo andare da sola in un continente lontanissimo a 19 anni e far perdere le mie tracce. O prendere passaggi da sconosciuti per scoprire la giungla più oscura, fare discese a 200 km/h con la tavola senza casco e fracassarmi la testa oppure fare autostop di notte, in un crocevia dimenticato da Dio tra le montagne del Guatemala.
Ma quella si chiama incoscienza, e per fortuna che l’ho avuta, mi ha regalato emozioni fortissime proprio quando era giusto provarle.
Il coraggio invece, è quello delle scelte. Non delle pazzie.
Il coraggio fa parte della sfera della coscienza e non dell’incoscienza.
E per essere madre devi scendere a patti con il coraggio.
C’è pur sempre una parte di me – che deve trovarsi incastonata tra le costole toraciche – che si rifiuta di lasciare andare l’incoscienza.
È quella ragazza post-adolescenziale che mi vive e si agita dentro.
Per lo più resta sopita e a volte bacchettata dalla donna adulta che abita ai piani più alti. Ma quando si risveglia c’è da dire che ci si diverte un casino. Pure l’adulta partecipa alla festa e si lascia andare a gesti folli.
Tipo quando abbiamo attraversato l’arcipelago di Bocas, a Panama, su una barchetta a motore senza salvagenti con un ubriaco che guidava come un pazzo saltando le onde.
Mamma mia che risate. Pensa che noia se l’avessimo fatto su un traghetto tutto comfort e seguridad.
Oppure quando in un villaggio in Sri Lanka siamo salite sul motorino di uno sconosciuto che ci aveva promesso di vedere le tartarughe marine giganti.
Mica era coraggio quello. Però le tartarughe erano vere e noi ci abbiamo nuotato in mezzo bevendo tantissimo per l’incapacità di trattenere l’emozione.
Ora ragazza mia, il coraggio lo devo tirare fuori per prendere delle decisioni importanti per il nostro futuro, per scegliere quando intervenire e quando restare in disparte, per misurare le parole perché non siano troppo perentorie ma neanche eccessivamente amichevoli. Per non metterci sullo stesso piano ma neanche su due livelli troppo distanti.
Per farti sentire che sono qui, sempre qui, ma che sono anche di là, dietro alla porta, quando non avrai voglia di condividere. E ti prometto che proverò a non rimanerci male.
Perché per crescere una ragazza ribelle so che prima di tutto ti dovrai ribellare a me.
E ci devo stare.
E dovrò avere un gran coraggio per lasciartelo fare.
E dovrò avere coraggio nel farti commettere errori, nel guardarti scegliere amori sbagliati, nel farti prendere decisioni senza che il mio parere ti influenzi. Senza la materna supponenza di “io so cosa è meglio per te”.
Crescere dovrebbe essere un verbo intransitivo.
Perché noi non cresciamo nessuno. Noi cresciamo CON qualcuno. E qualcuno cresce insieme a noi.
Noi genitori moderni abbiamo così tanti strumenti a nostra disposizione per evolvere come esseri umani e per guardarci dentro, che sarebbe davvero un grande peccato commettere gli stessi errori (buoni) che sono stati commessi in passato, e non cercare di lasciare al mondo persone migliori di quanto non lo siamo stati noi.
Ricordo che mia nonna mi scriveva lettere o bigliettini d’amore riferendosi a me come alla “desiderata” perché da un certo punto in poi sono sempre stata lontana. E lei desiderava il mio ritorno, la mia presenza.
O mia mamma che mi nascondeva poesie strappacuore nello zaino prima di una partenza.
C’era tanto amore nelle sue, nelle loro parole, ma anche qualcosa che insinuava dentro di me il seme del senso di colpa. La consapevolezza di essere diversa, forse sbagliata. Perché tutti restano, fanno cose normali e io invece ho solo voglia di scappare lontano?
In qualche modo il mio continuo moto si rifletteva in un senso di tristezza per chi restava, e non come la necessaria peregrinazione di un’anima inquieta.
Chissà se mi avessero scritto “vai amore, continua a cercarti, e torna solo quando ti sarai trovata”, se qualcosa nella mia vita e nella mia crescita sarebbe cambiato.
Chissà se io (e le varie me che mi vivono dentro), avrò il coraggio di scrivere parole diverse, e di lasciarti libera di percorrere la strada senza intralciare il tuo cammino.
Chissà se sarò così coraggiosa da lasciarti andare perché tu possa cercarti.
E poi tornare, quando lo vorrai, per fare ancora un po’ di strada insieme.
