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Come si scrive Marrakech?

Siamo a casa.

O perlomeno siamo in quella che da qualche giorno chiamiamo “casa”. Due stanze in affitto, un bagno in comune, una cucina minuscola e una zona “giorno” a cielo aperto, con un tavolo ed un divano.

Dove la sera entra un freddo glaciale e la mattina vengono a farci visita alcuni passerotti – mentre noi, avvolte in pesanti coperte, facciamo colazione lentamente – come ci piace fare quando viaggiamo.

– Mamma come si scrive Marrakech?

Mi volto per risponderle ma la vedo già frugare nello zaino alla ricerca di qualcosa. Torna sul divano con in mano la guida, si rimette la coperta sulle spalle e copia attentamente la parola “Marrakech” sul blocknotes sul quale sta scrivendo, attenta a non sbagliare l’ortografia.

Domani torniamo a casa e ci è presa un po’ la malinconia da rientro.

Mi parla senza alzare lo sguardo: Ora che torneremo a casa scriverai una storia su Marrakech, Mamma?

Sorrido e un po’ mi commuovo…la sua intuizione e le sua empatia profonda la rendono così adulta ai miei occhi, che spesso le sue esternazioni mi lasciano ammutolita.

– Credo proprio di sì amore.

Credo che questa terra rossa che mi ha inondato l’anima di colori e profumi, meriti di essere raccontata, trasmessa, tramandata.

Anche se lo so, le parole non saranno mai all’altezza delle sensazioni che ci ha regalato, in questi giorni fuori dal tempo.

La mattina dopo colazione, quando passeggiavamo nei souq, l’aria era tiepida, i raggi del sole filtravano dai tetti di legno intarsiati, riflettendo i colori dei tappeti e delle ceramiche. Le persone sorridevano, i profumi si confondevano e, in alcuni momenti, credo di avere avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di magico che avvolgesse l’atmosfera soffusa di quei mercati.

All’ora di pranzo il vociare delle persone e i carretti trainati dagli asini alzavano i decibel, i profumi si mischiavano all’odore di carne alla brace e ai tubi di scappamento dei motorini che passavano tra le bancarelle evitando persone e oggetti, in una gimkana di equilibri impressionante.

In quel momento di solito ci appartavamo per mangiare e guardare quel quadro impressionistico da un punto di vista diverso.

Sulla terrazza di un piccolo bar con i tappeti a terra, abbiamo mangiato un sandwich ammirando dall’alto la Place des Epices, come fosse la scena di un film:

-Mamma secondo te quelle polveri colorate cosa sono? In che religione credono qui? Oddio guarda quell’asino quanto è triste! Dove andiamo oggi pomeriggio?

Scambiavamo le nostre impressioni e studiavamo inutilmente la mappa della Medina, sapendo già che ci saremmo perse alla prima curva.

A volte Bianca mi fermava e mi chiedeva dove fossimo dirette, la mia risposta era quasi sempre la stessa: Vediamo dove ci porta la strada.

Allora mi stringeva più forte la mano e mi rispondeva: Ok, Mamma.

E io mi sentivo invincibile; sapevo che la strada ci avrebbe portato esattamente dove saremmo dovute andare.

All’ora del tramonto Marrakech cambiava ancora faccia, si trasformava togliendoci il fiato con un cielo frastagliato di sfumature che sembravano avere il colore delle spezie dei banchetti. Il Minareto risuonava la preghiera per le strade della Medina e ancora, guardandoti intorno, avevi netta la sensazione di essere stato catapultato fuori dal tempo – in una dimensione antica ed incantata – e di volerci restare quanto più possibile.

Tornavamo verso casa dopo cena, infreddolite e vicine, il mio braccio sulla sua spalla, il passo veloce – non per la paura di quelle strade buie, ma per la voglia di tornare in fretta in camera, infilarci sotto la coperta di panno pesante, e raccontarci a caldo tutte le sensazioni della giornata.

Come quando non riuscivamo a smettere di ridere ricordando l’hammam nel quale eravamo state quella sera. Dove una donna seminuda ci sfregava vigorosamente la pelle, mentre noi, sdraiate per terra su un tappetino di gomma, guardavamo le altre donne lavarsi e strofinarsi al centro di una stanza umida dal soffitto altissimo – lontana anni luce dalle pareti decorate degli hammam privati che avevo visto sulla guida.

La signora araba che si è presa cura di noi (a modo suo) era piegata dal lavoro, nel senso letterale del termine; passava ore seduta su uno sgabello a strofinare corpi con forza e decisione come se con quel gesto volesse lavare via i peccati, purificare il corpo fino alla sostanza. Fino a riportare in superficie l’anima (che, forse, è proprio quello che ha fatto con me). Quando si alzava, col seno che le ricadeva addosso e una mutanda sformata come unico indumento, assumeva la stessa posizione gobba e rannicchiata.

Non parlava francese e per comunicare con noi usava gesti spesso incomprensibili, volevo chiederle di essere delicata con Bianca ma ancora prima che riuscissi a farmi capire le aveva già riversato addosso pentolate di acqua calda sfregando energicamente con il guanto di crine. Vedevo lei chiudere gli occhi e ridere, contorcendosi per il solletico, e per una frazione di secondo credo di aver visto sorridere pure lei. La donna araba. Dura e ruvida come le pareti di questo bagno in pietra in cui passa le sue giornate china sullo sgabello.

Poi è il mio turno e la signora con me tira fuori tutta la sua rudezza e mi gratta con il vigore di un taglialegna, rovesciandomi addosso ripetutamente il secchio intero di acqua bollente. E noi giù a ridere ancora più forte, e alla fine anche le altre signore ridevano della scena comica in cui ci siamo trovate dentro quell’hammam pubblico.

Tranne lei. Lei non rideva. Ci ha arrotolato intorno al corpo gli asciugamani non prima di averci spazzolato violentemente i capelli. Poi ci ha preso per mano e ci ha accompagnato allo spogliatoio salutandoci senza troppa convinzione, allora le ho gridato dietro: Choukran! (grazie) che è l’unica parola che ho imparato in arabo, ma anche quella che ho usato di più in questo viaggio in Marocco.

Abbiamo mangiato con le mani in uno dei banchetti sulla piazza Jemaa el Fna, con i capelli bagnati, gli occhi che bruciavano per il sapone nero e un foulard annodato sulla testa. Ungendoci fino alle orecchie – perché certe cose possono essere mangiate solo così per gustarle davvero – tornando poi a casa allegramente per i vicoli della Medina, che a quell’ora già brulicava di gente e di danzatori, di incantatori di serpenti e venditori di lanterne.

Il giorno dopo all’alba partiva il nostro bus diretto ad Essaouira.

Un posto fuori dal mondo, dallo spazio, dal tempo. Come lo sono tutte le cittadine battute dall’oceano. Dal rumore fragoroso, incessante e struggente delle onde.

Il viaggio per arrivarci doveva durare due ore e mezza, noi ne abbiamo impiegate 5. Ma non ci è pesato neanche un minuto di quel percorso lento. Non abbiamo perso con lo sguardo neanche un centimetro di quella terra rossa e arida. Abbiamo visto capre, dromedari, asini che trainavano ogni cosa, donne intente a schiacciare noci di argan, radure e campi coltivati, ulivi e alberi di argan, e le montagne, maestose, in lontananza.

Sedute in prima fila, abbiamo subito familiarizzato con l’autista che ci ha fatto compagnia durante il viaggio raccontandoci mille cose che io traducevo in tempo reale a Bianca affascinata e curiosa.

Ci siamo perse tra i vicoli della Medina di Essaouira, abbiamo camminato sulla riva dell’oceano facendoci bagnare dalle onde gelide, con il sorriso stampato in faccia di quando sei impaziente di scoprire, vedere, assimilare, assaporare.

Torniamo a Marrakesh nel tardo pomeriggio; Bianca dorme di fianco a me, io guardo il tramonto dal finestrino del bus e sono combattuta se svegliarla o no. Non voglio che si perda un’immagine così stupefacente. Da quando viaggiamo insieme, i tramonti sono la cosa che ci piace di più condividere.

La mattina che abbiamo lasciato il Marocco faceva freddissimo. Era l’alba e noi camminavamo veloce per raggiungere il taxi; La piazza Jemaa el fna era pulita, ordinata, vigeva un silenzio quasi irreale e il cielo – quel cielo incredibile che abbiamo visto solo qui – si rischiarava a spennellate di azzurro e bianco, rendendo l’atmosfera ancora più sognante e riportando in noi la certezza di aver vissuto dentro una magia. O forse un sogno. Un film ambientato in un’altra epoca, intitolato proprio così: Marrakech.

– M A due R, K E e alla fine C H.

– Ho scritto bene Mamma?