Sono appoggiata al davanzale della casetta in costruzione sulla spiaggia di Tatajuba, nostro rifugio in questi giorni solitari.
Come fa a dormire ancora non lo so, i tuoni sono fortissimi e il rumore della pioggia sul tetto di paglia è fragoroso, per nulla conciliante.
‘Devono farci un incantesimo del sonno da bambini, che poi sparisce con l’arrivo dell’adolescenza – penso – altrimenti non si spiega’.
È saltato il wifi stanotte, lo vedo dal modem spento sulla mensola sopra al letto, e dopo l’ultimo tuono, anche la luce.
Guardo fuori un po’ stordita e incredula, il cielo è frammentato da saette luminose che si spengono nel mare, proprio lì di fronte a me.
Metto su il caffè mentre rimugino.
Questa casa non ha un parafulmini ed è la prima costruzione di fronte al mare, che ora ruggisce rinvigorito dalla tempesta.
Mentre il caffè borbotta nella moka, appare Lei con i suoi capelli arruffati e gli occhi abbottonati, l’ultima scossa deve aver disturbato il suo sonno incantato.
“Mamma che succede?”
“C’é un forte temporale amore” le sussurro cingendo il suo corpicino profumato.
Ci appollaiamo sul davanzale insieme, accoccolate.
Si vede che provo a nascondere la tensione, ma Lei è ancora troppo rimbambita per percepirlo.
Neanche il tempo di finire il caffè e la casa trema di nuovo, scossa dal rombo di un altro tuono.
I lampi continuano ad illuminare il cielo, e Lei si diverte ad indicare col dito le saette perfette che si spengono tra le onde, proprio lì, a pochi metri da noi.
Guardo l’ora: le sette.
Il paese è desolato e l’unica attività aperta è un piccolo bar in riva al mare, ma non ho idea se qualcuno avrà il coraggio di aprire le persiane stamattina.
“Mammaaaa non esce più l’acqua!”
É Lei che urla dal bagno.
“Merda” penso – è finita anche la riserva di acqua.
Sono improvvisamente lucida, comincio a buttare i vestiti alla rinfusa dentro lo zaino e a raccogliere le nostre cose sparse in giro.
“Amore dobbiamo andare via da qui” le dico tentando di non fare trasparire l’agitazione che mi sta facendo sudare le mani.
In mezz’ora gli zaini sono chiusi e noi siamo pronte per uscire in cerca di aiuto, imbaccuccate nei nostri kway. Camminiamo a passo veloce affondando i piedi nudi nella sabbia bagnata, fino al bar di Joao.
Niente da fare, la palafitta di legno è vuota e non c’è traccia di nessuno in giro.
Ci sediamo sconsolate sui gradini stringendoci forte.
“Vedrai che troviamo una soluzione” le sussurro, più per incoraggiare me stessa che Lei, che ancora conta i secondi tra un tuono e l’altro per vedere se la tempesta si allontana, proprio come le ho insegnato io.
Dopo quasi un’ora in cui ho pregato tutti i santi e gli dei di far smettere di tremare il cielo, appare Joao sul suo buggy.
Mi racconta che i fulmini di questa notte hanno bruciato una casa su nel centro del villaggio, e rotto diverse finestre, e che nessuno dei nativi che abitano questo tratto di costa, ha mai visto una tempesta di fulmini come quella di oggi.
Per fortuna non ci sono feriti.
Dobbiamo andare via, e anche velocemente, dopo le 2 di pomeriggio la marea copre l’unico tratto di spiaggia che permette di raggiungere Jericoacoara via terra.
Joao mi rincuora dicendo che suo cognato, Francisco, è a Tatajuba con il suo fuoristrada – unico mezzo che può attraversare la laguna in queste condizioni – sta scappando anche lui da qui e forse può portarci fino a Jeri.
Concordiamo per rivederci in un’ora e intanto torno a sorridere e a scherzare con Lei, che ha già soprannominato il nostro salvatore San Francisco, dando per scontato che usciremo da questa avventura sane e salve anche questa volta.
Il suo disincantato ottimismo è una benedizione nei nostri viaggi, che si trasformano sempre in avventure da set cinematografico.
San Francisco effettivamente si presenta puntuale all’appuntamento, carica gli zaini, e si avvia sgommando sulla sabbia, lasciando dietro di noi quello che pensavo sarebbe stato il nostro nido solitario per le prossime settimane.
Continua a piovere e guidare tra le dune e le lagune si sta facendo sempre più complicato.
Nonostante i sali e scendi, e il motore che si spegne ogni tre per due, riusciamo a raggiungere il fiumiciattolo che separa Tatajuba da Jericoacoara – le piogge hanno reso l’attraversamento difficoltoso e San Francisco spegne il motore e ci dice di proseguire a piedi.
‘Ma non posso attraversare il fiume con Lei in braccio e gli zaini sulle spalle!’ Gli dico con la voce rotta.
Segue una lunga trattativa e uno studio della corrente e del dislivello per convincere Francisco (che improvvisamente aveva smesso di essere santo) che l’unico modo di arrivare sane e salve a destinazione, fosse rischiare di passare con il fuoristrada.
Si è radunata un po di gente, intrappolata dalle improvvise e straripanti piogge da una parte o dall’altra del fiume.
Fanno tutti il tifo per noi e inneggiano Francisco ad aiutarci a raggiungere la sponda opposta, il nostro nuovo posto sicuro dall’altra parte del corso d’acqua.
‘Vamos’ sospira lui dopo una lunga riflessione.
Io e Lei saltiamo sui sedili dalla gioia, inneggiando un coro da stadio in onore del nostro salvatore.
Con il cuore in gola riusciamo davvero ad attraversare il fiume con l’acqua che arriva quasi ai finestrini, e quando scendiamo dalla macchina mi accorgo di stare quasi piangendo dalla felicità.
L’ho portata in salvo. Ora siamo al sicuro. Dobbiamo solo trovare un posto in cui passare la notte e toglierci di dosso i vestiti fradici e la tensione accumulata.
Siamo sulla duna di Jeri e guardiamo incantate le pieghe perfette che le onde tessono sulla superficie del mare.
Ha smesso di piovere da qualche giorno e io ancora rido pensando al modem bruciato da un fulmine durante la tempesta, che guarda caso, era posizionato esattamente sopra la mia testa, mentre dormivo ignara di ciò che stava per accadere, nel cielo, e nella mia vita.
Questo viaggio ha insinuato una profonda trasformazione dentro di me, sento che qualcosa sta cambiando nel modo di percepire le emozioni…mi sembra che il cielo sia più azzurro, le piante più verdi e che il mare abbia ogni giorno qualcosa di nuovo da raccontare; è per quello forse che passiamo le ore sedute sulla sabbia ad osservarlo e ad ascoltare il suo canto.
Roma, Casa – Maggio 2020
Siamo sedute in cucina a chiacchierare navigando tra i nostri ricordi di viaggio, in questo periodo surreale in cui tutto sembra cambiato, dentro e fuori di me.
“Sai amore, io credo davvero di averlo preso quel fulmine durante la tempesta – da qualche parte vicino alla testa, e che mi abbia cambiato come ha fatto con Kantu, la protagonista del libro” (*La Profezia della Curandera)
“E in che modo ti ha cambiato mamma?”
“Beh, ho iniziato a vedere le cose da un altro punto di vista da quel giorno, ad essere meno triste per ciò che non ho e più felice per quello che ho.
Ho iniziato a meditare, a trovare la calma e anche molte risposte. Mi sembra sempre di sapere quello che sta per succedere, e poi non mi arrabbio più per le sciocchezze.”
“Si infatti questo è vero mamma.”
“E soprattutto, ho imparato a celebrare la vita. Ogni giorno.
Perché la vita è meravigliosa anche durante una tempesta di fulmini, giusto?”
“Beh.. Sì certo, a parte alcune cose che magari non ti piacciono e vorresti cambiare” mi risponde con la bocca piena di biscotti.
“E secondo te come si fa a cambiare le cose?”
“Cambiando te stessa, mamma” .
Tentenno, stupita dalla sua ingenua saggezza… “Esatto Platone”.
“Mamma chi è Platone? E comunque, come si fa a cambiare se stessi?”
“Eh amore, è proprio quello il punto” .
Beve un sorso di spremuta, assorta…
“Beh Mami, possiamo sempre cercalo su Google.
Scrivi: come si fa a cambiare se stessi?”
