Prenotare una notte in hotel al nostro arrivo, si è rivelata una delle scelte più intelligenti che ho preso finora.
L’esperienza degli anni precedenti mi ha fatto inoltre optare per la prenotazione di uno shuttle invece del bus locale che impiega un numero imprecisato di ore decisamente disagiate e senza possibilità di prenotazione. Questa, per la famosa proporzione sbattimento/risparmio, si è rivelata un’altra scelta azzeccata.
Arrivate a destinazione, il minibus ci scarica di fronte alla nostra nuova casa. Nel barrio ( *quartiere) dove abitavo ai tempi d’oro, Playa Negra, un raggruppamento casuale di case, casette e cabañas affacciate su una spiaggia di sabbia nera, bella da togliere il fiato.
Siamo passate al secondo livello del videogioco adesso: abbiamo una camera e un bagno, ma la cucina di casa è fuori, senza pareti, completamente immersa nella giungla circostante. (del resto, perché no?, gli animali selvatici non sono mai stati attratti dal cibo)
Ci svegliamo così, la mattina dopo aver fatto la spesa, con le nostre provviste aperte e smangiucchiate. Stupite e dubbiose riforniamo la nostra piccola dispensa per farci infinocchiare tre o quattro volte da un simpatico gruppetto di scimmie, procioni, zorrillos o qualunque animale si nascondesse dietro a quelle razzie notturne. Questo episodio per noi è stato esilarante (ma quando ti ricapita di avere un branco di scimmiette che mangia cornflakes sul tavolo della tua cucina?!) e a forza di razzie ho poi risolto tenendo le provviste in camera e cucinando con tutte le luci accese e torcia alla mano.
Le nostre esplorazioni in bici sono sempre più entusiasmanti, le giornate scorrono lentamente, scandite per entrambe dal ritmo della natura (luce = sveglia, buio = sonno, pioggia = riflessioni sul senso della vita, luna piena = instabilità emotiva).
Siamo sempre più a nostro agio in quell’ambiente silenzioso e selvaggio ma il mio spirito avventuroso mi dice che è arrivato il momento di spingersi più in là, oltre il confine. Metaforicamente e letteralmente.
Il confine è quello con Panamà e la meta che ho in mente è l’arcipelago di Bocas del Toro. Nonostante avessi attraversato quella frontiera diverse volte durante la mia permanenza in Costa Rica, non avevo ancora avuto la fortuna di visitarlo. Bianca era ormai pronta a muoversi in autonomia, ad “accollarsi” lo zainetto, a camminare senza stancarsi, qualche giorno all’avventura sarebbe stata una prova di adattamento e di coraggio che l’avrebbe promossa ufficialmente a VIAGGIATRICE LEVEL EXPERT.
E’ tutto pronto, fa caldissimo e noi siamo super eccitate. Partiamo con il bus alla volta di Sixaola, città di confine che prende il nome dal fiume Sixaola spartiacque tra Panama e Costa Rica. Attraversiamo a piedi il ponte, timbriamo i passaporti e prendiamo un secondo bus dirette al molo da cui partono le piccole barche a motore per Isla Colòn, capitale dell’arcipelago.
Ma per i miei gusti a Colon c’era ancora troppa civiltà così mentre trangugiamo un arroz y frijoles, decido di andare a cercare alloggio a Bastimento, un’isoletta grande quanto il Pontile di Ostia.
Una barchetta sicura come un pedalò ma divertente come le montagne russe ci scarrozza fino al porticciolo di Bastimento. Ed è subito amore.
L’ostello in cui alloggiamo, meraviglioso, è una palafitta, non ha l’acqua calda, la cucina è condivisa e Bianca è l’unica bambina straniera non solo nell’ostello, ma in tutta l’isola.
Non so se sono fallata io, ma invece che preoccuparmi questa cosa mi ha riempito di orgoglio. Ci credete che per un bambino la cucina o il bagno condiviso con altre persone è la cosa più normale del mondo?! E noi adulti siamo sempre pieni di così tante paranoie!
Sono le tre del pomeriggio e decido di andare a vedere Red Frog, la spiaggia più bella dell’isola prima che il sole tramonti; ci avevano detto che con una ventina di minuti di camminata attraverso la giungla e avremmo scavallato nel versante opposto dell’isola, dove si trovava la baia. Ma naturalmente non avendo considerato i piccoli passi fatti dai piccoli piedi di una treenne, i venti minuti sono diventati 60. Le zanzare sono AVATAR, i rumori degli animali sovrastano le nostre voci e non c’è anima viva sul sentiero. Succede che Bianca perde le ciabattine in una pozza di fango ( nb. i bambini perdono ciabatte come gli adulti perdono gli accendini, da segnare sul taccuino) la prendo sulle spalle per un po’ poi battezzo il suo primo percorso intothewild insegnandole a camminare a piedi nudi nella giungla così come avevano fatto con me in Australia molti anni prima (io avevo vent’anni però non tre e mezzo, quindi HURRÀ per Bianca).
Finalmente raggiungiamo la baia, un spiaggia deserta il cui unico rumore era l’infrangersi delle onde sulla riva; ci buttiamo in mare felici e rincuorate, perdiamo leggermente la cognizione del tempo e quando usciamo dall’acqua il sole sta cominciando a calare e a noi ci aspetta ancora un’ora di camminata nel bush per tornare a casa tutte intere.
Sono tutta d’un pezzo quando viaggio, non perdo mai la calma, ma questa volta ho avuto un brivido anch’io …e se venisse buio mentre siamo nel mezzo della giungla??
Mi carico Bianca sulle spalle, ci cospargiamo il corpo di repellente antizanzare e partiamo, il sentiero ormai lo conosco, sarei stata sicuramente più veloce dell’andata. “Andrà tutto bene” è il mantra che mi ripeto mentre cammino in silenzio in mezzo a quella natura maestosa.
Raggiungiamo gli ultimi metri di sentiero al calar del sole, sono stanca, sudata fradicia e con le lacrime agli occhi.
Camminare nella giungla è un’ esperienza che toglie il respiro, è impossibile da descrivere a parole ma sicuramente sarebbe da inserire nella bucket list di ognuno di noi.
Torniamo in ostello, ci buttiamo sull’amaca e ripensiamo WOOOWWWW, che giornata pazzesca abbiamo vissuto!!
Dopo qualche giorno passato ad esplorare le spiagge incantate dell’arcipelago e ad ammirare come Bianca si adattasse all’ambiente circostante fatto di docce fredde, finestre sull’acqua e derapate in barchetta a motore, torno a Puerto Viejo convinta al 100% che se non ci fossimo mai spostate da lì per paura di oltrepassare la nostra zona di comfort, non avremmo mai vissuto un’avventura che ha cambiato per sempre il nostro modo di viaggiare.
