Dormiamo in una favela a nord della città, per arrivare alle spiagge dobbiamo scendere a piedi, tra le case di mattoni e le scale ripide, fino alla strada principale.
Le persone ci salutano con un “Bom Dia!” allegro, altroché rapine e coltelli come ci si racconta dall’altra parte del mondo, dove aleggiano le paure e i pregiudizi.

Dalla strada principale c’è un tratto da fare in bus – ben attaccate alle maniglie perché è pieno di curve e guidano come matti – un altro paio di km a piedi e poi la metro.
Potremmo prendere un Uber che qui funziona alla grande ed è super economico, ma a noi ci piace così.
Camminare, perderci, poi ritrovare la strada e gridare di gioia quando azzecchiamo la fermata del bus.

Quando poi vediamo il mare in lontananza, è sempre un’emozione incontrollata.
Ci togliamo le ciabatte anche se siamo ancora in mezzo alla strada e acceleriamo il passo.

Bianca si butta in acqua ancora prima che io possa gridarle: stai attenta, c’è corrente, le onde, l’oceano… E tutte quelle raccomandazioni da mamma.
Non posso lasciare lo zaino incustodito quindi la osservo dalla riva.
Impavida.
Raggiante.
Felice come non mai.
E allora mi rimangio tutte le raccomandazioni, tanto lei già sa come ci si muove quando l’oceano è così potente.
E “traiçoeiro” (*traditore), come dicono qui.
Non voglio crescerla con la paura.
Non voglio intaccare il suo coraggio con le mie ansie.
Ogni tanto si gira e mi fa un ok alzando il braccio nella mia direzione
La vedo saltare, ridere e parlare con l’oceano.
Chissà cosa si dicono.
Credo abbiano un rapporto speciale.
Lei dice che sono amici, che le piace parlare con il mare perché vede la sua immagine riflessa ed è come se parlasse con se stessa (cito testualmente)
E – come gli amici quelli veri – anche se non si vedono per un po’, quando si rincontrano è come se non si fossero mai lasciati.

