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Sous le ciel de Paris – Sotto il cielo di Parigi

Un filosofo seduto, due musicisti, pochi spettatori, poi le persone a migliaia.

Raccontava Edit Piaf nella sua canzone.
Diceva che a Parigi quando piove, è perché il cielo è geloso dei suoi milioni di amanti.

E se ci sei stato, sai che è davvero così.

Non si può non amare Parigi.
Non si può non amare, a Parigi.
Anche Woody Allen ne parla dicendo che trova assurdo il fatto che Parigi esista e che, pur sapendolo, si scelga di vivere in un altro luogo.
Effettivamente tutte le volte che ci vado mi interrogo sulle ragioni per cui io ancora non viva lì. Magari in quell’appartamento incantevole a Montmartre, affacciato su una piazzetta tremendamente bohemien brulicante di pittori e di fiori, in cui sono capitata con mia sorella chissà a trovare chi o cosa.

La prima volta che sono stata Parigi dovevo essere molto piccola. Non ho ricordi del nostro primo incontro.
Ma so di esserci tornata con mamma e papà molte altre volte, e ricordo bene gli occhi di mia madre quando camminava per le sue strade.
L’amava come fosse una persona.

E ora capisco quel tipo di amore.
Mi è capitato con alcuni posti del mondo (tra cui proprio Parigi) di provare quella stretta al cuore, quella malinconia dolorosa, come quella che si prova per un amante lontano.
E di avere una luce speciale negli occhi appena torno a calpestare quelle strade, appena torno a quegli odori così familiari.

La prima volta che Bianca è stata a Parigi aveva 7 mesi. Le cambiavo i pannolini nei bagni seminterrati dei Cafè del Marais, e rovesciavo termos di pappa sui tavolini dei bistrot a Saint Germain des Prés.
Faceva freddissimo ed ha piovuto praticamente sempre, avremo fatto centinaia di kilometri passeggiando da un arrondissement all’altro, trascinando il passeggino su e giù per gli scalini della metro.
Eppure avevo sempre quella luce speciale negli occhi, quello scintillio ereditato (o forse tramandato) da un’affascinante donna dagli occhi obliqui, che arrotolava la erre in modo delizioso quando parlava in francese.
E se anche la notte si dormiva ancora poco seguendo il ritmo dei risvegli di una neonata, io non ero mai stanca.
Non si è mai stanchi di Parigi.

Potrei salire le scalinate di Montmartre migliaia di volte e stupirmi ancora di tutta quella bellezza, di quell’elegante romanticismo.
Si può respirare arte, profumo di fiori bianchi e pain au chocolat, ad ogni angolo della città; si impara ad ignorare quel vento gelido pur di stare seduti fino a tardi a bere vino o pastis, sui tavolini dei bistrot.

Le sue strade sono il palcoscenico di migliaia di artisti e musicisti.
A loro si deve parte dell’incanto di questa città.
Instancabili attori di uno spettacolo in scena da tempo immemore, che continua ad estasiare chiunque si trovi a passare di lì.

E la cosa che mi rincuora adesso, nel tempo dell’immobilità – come diceva la battuta di un vecchio film – è che, qualsiasi cosa accada, “avremo sempre Parigi”.

E noi avremo ancora, la stessa luce speciale negli occhi.