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UNIBO (and some other twists and turns)

Sidney è davvero una città straordinaria.
Prima di vedere Rio de Janeiro e scorrazzare per i suoi eclettici quartieri, pensavo fosse Lei la città più bella del mondo.
Giovane, futuristica – almeno per me che all’epoca ero solo una ragazzina della terra di mezzo, quella tra l’Emilia e la Romagna – e soprattutto, sorridente.
Ecco, Sidney è una città che sorride e che ti fa venire voglia di ridere.

Anche se ci sono stata poco, ho fatto in tempo a girarla in lungo e largo a bordo di uno scooter anni 90 (tipo un Phantom, ma in versione meno tamarra di quelli a cui strappavo passaggi per la scuola) con una giacca prestata che mi arrivava alle ginocchia e uno zainetto invicta sulle spalle.
Quando sono arrivata a Sidney dopo due mesi di avventure australiane, avevo già deciso.
“Torno a casa Mamma” le ho detto al telefono pochi giorni prima, dopo essere riuscita a prendere la linea da un telefono pubblico con una scheda telefonica internazionale.
(incredibile eh? Sembra che parli del dopoguerra)

Quindi, arrivata a Sidney, sapevo che quello sarebbe stato il capolinea della mia incredibile, indicibile, inimmaginabile prima avventura in solitaria. Una corsa piena di intoppi, retromarce, incontri straordinari, in bilico costante tra sogno e realtà.

Avevo finito i soldi, e il ragazzo che mi ospitava ricordo che mi lasciò 50 euro per il viaggio di ritorno (o erano dollari australiani? Poco importa, il gesto è quello che conta e che resta impresso) e devo ammettere che, tutto sommato, ero anche un po’ emozionata all’idea di iscrivermi all’università.

Ne parlavano tutti come degli anni migliori, amicizie che durano una vita, l’agitazione pre-esame, le aule dell’Università di Bologna con quel bagaglio storico e culturale che difficilmente trovi altrove, e poi feste e avventure indimenticabili.

Ma io che venivo da giorni passati nella foresta pluviale australiana, a dormire in una tenda, da sola e piccolissima in mezzo al ruggito spaventoso della giungla, non davo molto credito a ciò che sentivo.
Anche se in fondo, nonostante la supponenza da viaggiatrice, l’idea di fare le cose normali che si fanno a vent’anni mi stuzzicava.
E mischiarmi tra i miei simili. Le feste, gli aperitivi, le nottate sui libri tra una canna e l’altra.

Ma i miei simili, scoprii presto, tanto simili poi non erano.

Quando tornai a Bologna con un piercing in bocca e il mio tattoo nuovo di zecca, non raccontai molto del mio viaggio australiano e alla fine alla mia famiglia importava solo che fossi tornata al nido, tutta intera e piena di buone intenzioni.

I primi giorni all’università mi sembrarono un tagadà, sbattuta da un’aula all’altra, da una sede all’altra – non ci capivo niente e mi sentivo irritata e frastornata.
Sbagliavo orari, aule e professori.
Ero un anno in ritardo rispetto ai miei compagni e non conoscevo nessuno in facoltà.
Io poi, con la mia irreprensibile mania di non chiedere mai aiuto a nessuno, tornavo a casa ogni giorno sempre più frustrata.

Poi ci fu il primo esame.
Impossibile scordarlo.
Letteratura francese.
Studiai tutto una settimana prima dell’esame, cercando di contenere l’ansia e l’insicurezza.
Quella scarica di adrenalina che ti prende quando ti riduci all’ultimo momento, è una cosa a cui non ho mai saputo rinunciare.

Sarà per l’incapacità di pianificare, o probabilmente per l’ossessione di non seguire regole e programmi, ma a me piace da sempre improvvisare, c’è poco da fare.
Assaporare quel senso di profonda soddisfazione e stupore quando poi le cose riescono, o anche – inconsapevolmente – poter giustificare un eventuale fallimento.

Ricordo perfettamente il mio ingresso in quell’aula magna.
C’erano gli studenti che aspettavano il loro turno seduti a fare da pubblico.
Il professore tutto blasonato appollaiato dietro a una scrivania di mogano scuro, che incuteva timore solo a guardarlo.

Io ero la prima.
Io che al mio ultimo esame (quello di maturità) ho dovuto interrompere l’orale in preda ad un attacco di panico.

Mi tremavano le gambe, la voce e il labbro inferiore.
Volevo solo la mamma. Oppure un aereo per scappare dall’altra parte del mondo, che quello sì mi riusciva benissimo.

– Polacchini è presente? Ripete il professore.

Io esco dal mio nascondiglio dietro la grande porta e mi paleso.

Bonjour prof.

Mi siedo e dopo un piccolo tentennamento iniziale, inizio a snocciolare il mio discorso in un francese sorprendentemente fluido e controllato.

30. Non le do la lode perché le sia di stimolo per i prossimi esami.

A momenti gli scoppio a piangere all’altro capo della scrivania mentre lui, imperturbabile, mi stringe la mano riconsegnandomi il libretto.

Avevo superato il terrore di parlare in pubblico e quella per me era la soddisfazione maggiore.

Seguirono altri esami e altri 30, io ormai avevo smesso di sudare e balbettare davanti ai professori, e iniziavo a sentirmi più a mio agio nel ruolo di studente, anche se continuavo a sbagliare le aule e gli orari, e di amici me ne ero fatta solo una.
Una ragazza Argentina che frequentava le lezioni di spagnolo con me, perché era madrelingua ma di grammatica non ne sapeva niente.
E neanche di aule e di orari.
Ma almeno eravamo in due a prenderci le sgridate dei professori quando entravamo in clamoroso ritardo a tutte le lezioni.

Gli universitari, con le loro feste alcoliche e gli affitti pagati da mamma e papà, però mi infastidivano.
Io lavoravo ed ero già indipendente, e dopo poco tempo cominciai a soffrire per la troppa pressione, per il disorientamento e soprattutto, per l’impossibilità di partire e viaggiare a mio piacimento.
Mi sentivo incanalata dentro un sistema, e al solo pensiero mi mancava il respiro e mi saliva impellente il bisogno di ribellarmi.

Poi ci fu quell’ultimo esame, che non mi andava proprio di fare, perché per me non c’entrava nulla con il mio percorso, quindi per protesta non studiai, e al momento dell’interrogazione feci scena muta e il professore un po’ per pena un po’ per ignorare la mia spavalderia, volle mandarmi via con un 23, probabilmente per non vedermi più.

Accetta il 23? O torna a casa a studiare e si ripresenta preparata?

No non lo accetto.
Ripresi bruscamente il mio libretto e me ne andai.

Peccato che poi non tornai più.
Né da lui, né in nessuna altra aula.

Ma presi un aereo e partii per un posto lontano.
Capo Verde. O forse Costa Rica.
..Non ricordo, ma di sicuro non tornai più in un aula universitaria.

E così i miei bei voti rimasero solo numeri impressi a penna su un libretto universitario.
Nessuna tesi, nessun pezzo di carta a dimostrazione del mio impegno, o che mi indirizzasse da qualche parte.
O per lo meno, che avesse la pretesa di farlo.

**e ancora adesso, ogni tanto mi fermo a pensare: e se avessi continuato?
Cosa sarebbe successo se fossi rimasta a Bologna e mi fossi laureata?
Boom.
Sliding doors.
Chissà dove sarei.
Chissà chi sarei.

Probabilmente non sarei qui. Probabilmente non sarei io.

E io amo i colpi di scena.