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Lettere dalla terra III

Ciao papi, eccomi con le cronache dalla terra.
Qui è il solito marasma.
Immagino lì le cose vadano decisamente meglio.
Dall’ alto potete vedere la trama del disegno, tutto è più limpido e sensato. Qui sotto, quello che si vede, è solo un grande e ingarbugliato ammasso di fili.
Come un bellissimo ricamo visto al contrario.
Non si capisce nulla.
Probabilmente è per questo che c’è sempre meno gente che guarda in alto e siamo tutti più propensi a fissare i nostri piedi.
Come se dipendesse tutto, sempre, solo da come decidiamo di muoverli.
Come se sopra non ci fosse un ricamo prezioso, un arazzo degno di Michelangelo.
Si pensa di essere padroni della propria esistenza, alcuni si credono addirittura padroni dell’ esistenza altrui. Soprattutto dei più deboli.
Si crede di poter disporre delle vite degli altri, scegliere per loro se hanno il diritto di attraversare il mare, di risiedere in un paese in pace, alcuni pazzi credono persino che ci siano persone meno degne di vivere o di avere una terra in cui abitare.
Comunque papà, sono qui soprattutto per raccontarti una cosa. So che tu vedi il disegno, ma mi consola l’idea di poterti sorprendere con le mie strampalate decisioni, come facevo sempre quando eri qui.
Ho deciso di cambiare tutto.
…ancora?! Sì, ancora.
Se ti avessi davanti so che rideresti, rompendo con il tuo sorriso luminoso il mio tentativo di fare la seria.


Sai papà, questa città è capace di divorarti.
Una volta ho sentito un attore romano dire: “l’unico modo per salvarti da Roma, è stare sempre con un piede qui e un piede altrove”.
Ecco, io penso di essere sopravvissuta al grande barracuda proprio così, sono sempre stata con un piede qui e uno da un’ altra parte.
E forse è proprio per questo motivo che tutt’oggi, dopo 16 anni, mi sento ancora straniera in questa città che contiene dentro di sé zone totalmente oscure ai miei occhi.
Io che da quando sono sbarcata qui, ho sempre cercato quell’ aria salmastre che è diventata poi mia ancora di salvezza.
Una volta venisti a trovarmi in una delle mie tante case di passaggio, che aveva una cosa di speciale (oltre ad una cucina chiusa dentro un armadio), dalla finestra della camera da letto, nelle giornate terse, si poteva vedere la linea del mare all’ orizzonte.
Una striscia blu che aveva la capacità di regalare alle giornate una sfumatura completamente diversa.
Non so come farò ad abituarmi a vivere senza il vento di mare e i cieli infiniti che incontrano il blu cobalto, ma so anche che il tempo insegna e aggiusta ogni cosa.
Come un grande maestro che ha la tendenza  a spiegare le sue lezioni molto lentamente, facendo grandi pause in cui ti sembra di non aver capito niente.


Qui c’è in atto un cambiamento che definirei epocale.
Nella fisica quantistica lo chiamano punto di svolta.
Attuazione di una spinta a cambiare la realtà verso la realtà potenziale – realtà in cui si dice sia già attualizzato tutto quello che desideriamo.
Ma a cui abbiamo accesso solo quando abbiamo il coraggio di lasciare andare il certo per l’incerto e prendere coscienza del punto di svolta che ci viene offerto.
Nel mio caso non si tratta solo di cambiare città, regione, casa, scuola, lavoro, paesaggi, tradizioni, strade da calpestare.
Si tratta di un ritorno a casa. Dopo 18 anni. In cui in mezzo c’è stata la VITA.
Da Bologna al Costa Rica e poi a Roma.
E in mezzo altre parti di mondo.
Una vita al cardiopalma….Di cui l’unica cosa che cambierei, sarebbe solo il tempo vissuto con voi.
Non abbastanza.
Ma in fondo è tutto parte e particella di questo insieme di molecole che caratterizza la persona che sono diventata.
Che va bene esattamente così com’è.
Ti sei sempre preoccupato così tanto della mia stabilità emotiva.
Ne avevi cura come si fa di un fiore delicato.
Nei periodi più duri mi mandavi quotidianamente messaggi motivazionali su quei vecchi cellulari che conservavano ancora qualcosa di vero in quei tasti da spingere e quegli schermi in bianco e nero. (Niente a che vedere con quelli che abbiamo tra le mani adesso).
Il bello di quei telefoni è che trascendono il tempo, e si riaccendono inaspettatamente a distanza di oltre dieci anni, ignari del tempo trascorso, rivelando a una me adulta, i tuoi dolcissimi sms.
Un ritrovamento che è una carezza per l’anima.

Mandela diceva:
“Niente ci rivela meglio quanto siamo cambiati che fare ritorno in un luogo rimasto immutato.”
Non credo Bologna sia rimasta uguale in questi due decenni, ma la gemma che custodisce è sempre la stessa.
E ho potuto scorgerla in questi anni.
Ha a che fare con le persone, con i colori e i profumi, con quel cielo a tratti fumoso e a tratti limpidissimo, con la linea dei colli, la geometria dei portici.
È qualcosa che mi trafigge.
Di ricordi nostalgici e di una familiare, spassionata accoglienza.
Non vedo l’ora di stare a guardare mia figlia percorrere la sua giovinezza con quei muri rossi a fare da sfondo al suo cammino.
Sarà curioso vedere la sua innata capacità di adattamento rivelata durante i nostri viaggi, mentre costruirà nuove abitudini nuove amicizie nuovi modi di dire, e se sarà così camaleontica da riuscire a mantenere dentro di sé la sua doppia identità. La sua radice capitolina e la sua radice felsinea.
Credo che più diffuse e profonde siano le radici, più importanti e grandiose saranno le chiome.
Staremo a vedere.  

Io da qui, senza capirci niente e voi da lì, sapendo tutto e accompagnando con immutato amore tutti i nostri passi.
Una volta che ero in procinto di lasciare questa città per fuggire altrove, tu mi dicesti col tuo tono pacato: “Non scappare Benni. Resta questa volta.”
Sul momento non lo capii (il tempo, maestro lento), poi arrivò Bianca e tutta la mia vita dopo di lei.
Necessaria alla mia crescita ed evoluzione (e azzarderei, guarigione).
Nel frattempo tu però sei andato via. In un luogo invisibile in cui per anni ti ho cercato senza trovarti.
Per fortuna non sono scappata lontano quella volta. Chissà quante cose di te mi sarei persa.
Ti farà felice sapere che finalmente faccio ritorno al mio luogo di origine. Alle mie radici.
Come il figliol prodigo.
Già lo sapevi eh? Stavi solo aspettando che ci arrivassi da sola?
Beh, sto tornando a casa papi.
Aspettami lì.

Ti voglio bene per sempre
Benni

P.s. Per non smentirmi mai, insieme al trasloco ho prenotato un biglietto aereo. Ogni punto di svolta va celebrato, elaborato e osservato da lontano perché possa definirsi tale. Non so se la fisica quantistica sarebbe d’accordo ma tant’è…So che tu capirai.