Al momento stai visualizzando METAMORPHOSIS

METAMORPHOSIS

Era un pomeriggio di metà gennaio. Buio, umido e freddo.

Una di quelle giornate impenetrabili, che mi scivolano addosso senza neanche il tempo di riunire i pensieri che è già sera, e noi dobbiamo sbrigarci per andare in aeroporto. Ero ansiosa e irascibile da una settimana, questo viaggio chissà perché, mi suscitava molteplici paranoie.

Un paese così vasto e poliedrico come il Brasile, e noi due senza un itinerario preciso, e con un budget molto limitato. Nomadi sconclusionate e senza coordinate.

Sarei riuscita a non perdere la bussola?

Il senso di responsabilità mi è sempre stato addosso come un vestito stretto. Dà fastidio, tira da tutti i lati. Anche da adulta, anche da madre.

Alla fine voglio solo vederla felice. Guardarle gli occhi brillare davanti alla vastità dell’oceano – mi ripeto mentre infilo i suoi vestitini nello zaino, scomposto e disorganizzato come noi.

Il pericolo è sempre stato un concetto scomodo. Tendo a nasconderlo sotto al tappeto, come le briciole quando non mi va di spazzare.

Quando entriamo in aeroporto intorno alle sei di sera, fa freddo ma io sto sudando.

Qualche problema al check in, fino all’ultimo momento non si sa se ci imbarcheranno e io sono sempre più scossa – per qualche strana ragione questa avventura mi faceva sussultare già nelle fasi preparatorie.

Il resto è storia più o meno conosciuta – (un continuo up and down di euforia, birra bem gelada, temporali, pão de queijo, febbroni, lagune, maree e sussulti).

Siamo tornate dal Brasile un mese dopo, e qui stava già cambiando tutto.

In un attimo ci siamo ritrovate rinchiuse, immobili e incredule.

I deserti di sabbia, il rumore delle onde e le noccioline che ci piaceva sgranocchiare insieme a kili di açai, erano già un ricordo sbiadito.

Allora non lo sapevo, non lo potevo immaginare, ma in quel momento si stava delineando quella sottile ma imprescindibile linea che determina, ora, il prima e il dopo.

Come la nascita di Gesù.

Forse niente adesso (e chissà per quanto tempo) sarà più quello di prima.

Io non lo sono di sicuro.

Trasformarsi, evolversi, era l’unico modo per dare un senso a questa netta divisione tra ciò che era prima e ciò che è diventato dopo.

Ma l’eventualità di scivolare in una sorta di metamorfosi kafkiana, era dietro l’angolo.

Può essere che una mattina all’improvviso ti svegli, in un giorno qualunque di questa prolungata quarantena (o semi-quarantena) e sei un enorme scarafaggio e la comunicazione verbale, l’interazione con gli esseri umani e i rapporti interpersonali sono diventati inopportuni e inammissibili. Oltre al fatto di essere ripugnante, persino a te stesso.

L’alienazione e l’isolamento sono una combinazione nefasta per le persone più sensibili, introspettive ed empatiche.

E qualcuno dopo questo periodo strano e – all’apparenza – interminabile, forse si sveglierà davvero trasformato in un enorme insetto, incastrati come siamo in meccanismi che ci privano della nostra identità e del senso comune di appartenenza.

Quello che sta succedendo è un avvertimento per tutta l’umanità, un messaggio perentorio che invita al cambiamento, alla metamorfosi.

E’ poi in nostra facoltà, scegliere in cosa tramutarsi, se in farfalla o in scarafaggio.

Il corpo è in continua, lenta e costante mutazione sin da quando nasciamo, continuamente esposto a malattie e allo scorrere del tempo, in un percorso di crescita ed invecchiamento imprescindibile.

La componente immateriale però – l’anima, il pensiero, le emozioni – quella sì, può essere plasmata e rimodellata, possiamo scegliere che forma darle e se risvegliarci un giorno all’improvviso, sbattendo le ali o riversati sulla schiena agitando le zampette. 

E’ ormai chiaro quanto questo periodo storico aiuti a velocizzare il processo. In un senso o nell’altro.

In Brasile, io e Bianca abbiamo piantato un seme di cajù, un bellissimo albero dai frutti rossi e succosi, nel giardino di una casa in cui siamo state ospitate. Che bellissima allegoria vederlo adesso, già mutato a pianta robusta dalle lucenti foglie verdi. Mi sento molto rappresentata da quel piccolo seme di cajù che ho piantato inconsapevolmente anche dentro di me in quel momento.

Un famoso chimico diceva: «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».

Abbiamo ancora dalla nostra parte una grande libertà, ed è quella di decidere in cosa trasformarci, se nella migliore o nella peggiore versione di noi stessi.   

P. s. Il bozzolo si è schiuso e io sto già imparando a sbattere le ali.