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2012 (Chissà se lo sai)

  • Ci sentiamo domani amore.
  • Ok papi, buonanotte

Spengo il telefono.
Appollaiata sul divano, guardavo il cielo buio dalla finestra, e i miei problemi mi sembravano tutto ciò che avevo.

Ero appena tornata da una settimana sulla neve, vacanza “riparatrice” per una storia al capolinea, papà aveva insistito che andassi.

Ci siamo parlati il giorno prima di partire.

  • Papi non me la sento, non mi sembra il caso in questo momento.
  • Amore vai, goditi la montagna, fai quello che ti piace, poi pensi al resto.
    Vedrai che tutto si risolve.

Aveva sempre quel modo rassicurante di parlarmi, una mano calda e ferma che ti sfiora la guancia.

E poi quella sua filosofia edonistica di vedere la vita.
Ci deve essere stato un momento preciso in cui è uscito dal suo ruolo strettamente paterno e ingegneristico, e ha cominciato a guardare a noi figli e alla vita in modo diverso.

Forse quando è rimasto solo con tre ragazzi da crescere e ha percepito la transitorietà e la caducità della vita.
Il piacere e il benessere mentale e fisico erano diventati improvvisamente prioritari.

  • Sii felice. E al resto ci pensiamo –

Quella mattina di gennaio, quella dannata epifania, splendeva un sole sfacciato.
Ero allegra, la montagna mi aveva fatto bene, avevo parlato con lui velocemente la sera prima e aspettavo di chiamarlo per raccontargli tutto.
Portavo i capelli corti all’epoca e mi ricordo che quel giorno mi stavo rasando la nuca con la macchinetta, tutta contenta perché quel gesto, per qualche strana ragione, mi dava grande soddisfazione.

Poi quella chiamata.

A mio fratello è toccato l’arduo compito di alzare il telefono (che da quella volta non ha più avuto la suoneria) e raggiungermi per darmi la notizia.

Lacerante.
Disarmante.
Paralizzante.

I ricordi di ciò che è accaduto dopo quella telefonata, sono confusi e accavvallati.
Il viaggio in treno verso Bologna, strafatta di tranquillanti, l’incontro con i miei fratelli, il funerale – con quel vento gelido che mi congevala la nuca rasata a metà – e l’abbraccio profondo, consolatorio, di un amico fuori dalla chiesa (di tutte le persone che mi hanno stretto quel giorno chissà perché ricordo solo lui, e i suoi occhi bagnati dal pianto) e le settimane successive, passate tutti insieme nella casa in cui siamo cresciuti, a raccogliere i pezzi delle nostre vite.

Le nostre nuove vite da orfani.

C’è un manuale per ogni cosa a questo mondo, e giuro che se avessero stampato un libretto delle istruzioni per come comportarsi “dopo”, io lo avrei imparato a memoria.
Avrei studiato minuziosamente i consigli e gli avvertimenti durante le innumerevoli notti insonni passate a fissare il soffitto.

La prima sensazione è quella di trovarti in acqua senza arti, né gambe né braccia da poter muovere per rimanere a galla.
Annaspi, bevi, anneghi.

Tutto sembra immobile, ovattato. Quando sei sott’acqua non ti rendi conto di come le cose (il mondo) continuino a scorrere velocemente anche senza di te. Indifferenti al tuo dolore.

Poi di sensazioni, negli anni, se ne susseguono a migliaia. Vai avanti per tentativi, cercando di capire come fare per tornare a galleggiare.
A respirare.

Riguardavo di continuo quel biglietto che mi aveva fatto recapitare a Roma, insieme al regalo per il mio ultimo compleanno:

“Che la vita ti sorrida sempre, Papi”

Lo guardavo con rabbia e inveivo contro la parete della cucina dove lo avevo appeso, alla disperata ricerca di un senso a tutto ciò che stavo vivendo.

“Non è giusto.” Ci siamo detti tante volte. Come se poi ci fosse un dogma universalmente riconosciuto su ciò che è giusto.
E poi giusto per chi? Esiste qualcosa di veramente giusto per tutti senza distinzione?

Gli anni si sono avvicendati come scene di un film d’azione in un cinematografo.

E intanto, dopo vari tentativi, io imparavo a galleggiare anche senza arti, come un morto a galla che di morto però, non vuole avere più niente.

Certo è, che se dovessi redigere un manuale di istruzioni, non saprei da dove iniziare; ma sono diventata grandissima dispensatrice di buoni consigli su come imparare a respirare sott’acqua e altri segreti di sopravvivenza.

Erano passati pochi mesi da quel giorno di gennaio e mi ricordo che ero seduta a tavola, nella casa di nonna – la nostra dolce cuoca accentratrice – proprio la stessa casa che adesso stiamo svuotando da mobili, libri, e decenni di ricordi.

Era quasi primavera, Bologna si stava risvegliando dalla sua coltre di nebbia per fiorire insieme alle ginestre e alle mimose, e dal tg arriva la notizia della morte improvvisa di Lucio Dalla.

Sono cresciuta con le sue parole cantate a caso da papà e i suoi vinili suonati nel nostro giradischi giapponese; ricordo che quel giorno la sua scomparsa mi sconvolse come fosse un amico, un parente.

Turbata, cominciai a pensare che quei due si fossero messi d’accordo per rendere memorabile quel 2012.

Ho riascoltato per anni i suoi dischi fino a consumarli, fino a sognare i testi delle sue canzoni, e ad insegnarli a mia figlia prima dell’alfabeto.

Ascoltare la sua voce, la sua S strascicata e le sue visionarie poesie mi fa sentire più vicina alla mia città rossa e nebbiosa, in cui capitava di incontrarlo uscire da una pizzeria qualunque, con quei suoi occhialini tondi e il suo sorriso sornione.

Chissà se lo sai, papà, che dopo di te se ne è andato anche lui.
E che vuoto immenso avete lasciato.

Forse tu non lo sai.
Ma ci sono qui io a parlarti delle distanze e del cielo,
e di dove va a dormire la luna quando esce il sole
E di come era la terra prima che ci fosse l’amore.

(Ciao Papi. Salutami Lucio.)