Un mercoledì qualunque, la sabbia nera caratteristica di queste parti – quella ferrosa che se non sei corazzato con suole di cuoio alle piante dei piedi come le mie, rischi un ustione di terzo grado – il vento nei capelli, il rumore delle onde e la granita alla menta coi pezzi di cocco che facciamo a gara a rubarci.
Un bagno al mare che quest’estate è stato pieno di meduse, che a noi non ci importava molto perché gli animali marini ci affascinano da sempre anche se poi ci pizzicano e bruciano da morire.
Il mare da queste parti è un pozzo inesauribile di piccole dosi di felicità, accessibile in ogni momento dell’anno, rigeneratore di energie positive e scenario di tramonti memorabili; soprattutto per me che sono cresciuta nella riviera romagnola, dove non vedi mai il sole tramontare, e dove sei impaziente di diventare grande per guadagnarti il permesso di dormire in spiaggia, rannicchiato e infreddolito sui lettini, solo per godere dello spettacolo dell’alba che nasce dal mare, in un turbinìo di colori e brezze marine che sanno di sale e spensierata giovinezza.
In un mercoledì qualunque di settembre, prendo Bianca da scuola e andiamo al mare.

Per me che ho vissuto come un animale selvatico chiuso in gabbia negli ultimi anni, questo avvenimento non potrà mai essere banale.
Il mercoledì pomeriggio, come gli altri giorni della settimana, sedevo alla mia scrivania sommersa dai fogli, dalle email e dallo stress di un lavoro mal pagato e insoddisfacente. Il soffitto basso, le luci al neon che ti entrano nel cervello, la schiena ritorta per aver passato gran parte della giornata seduta, il telefono che squilla incessante, e il mio incubo peggiore: una piccola finestra che dá sulla strada, con le grate e lo smog ad altezza naso.
Niente cielo.
Se viene a piovere te ne accorgi solo dalle pozzanghere per terra e dagli ombrelli che spuntano per strada.
Io che di cielo mi sono sempre cibata. E che ho passato più tempo con gli occhi all’insù che a guardare davanti.

Oggi guardo il cielo dal bagnasciuga – le gambe incrociate sulla sabbia, il sorriso un po’ ebete di chi sa di aver vinto, pochi soldi in tasca, uno zaino pieno di sogni, tante parole nelle dita e dentro la testa, guide di viaggio, libri da leggere, mostre da vedere, amici con cui mangiare un cartoccio di pesce fritto sulla spiaggia di lunedì pomeriggio, tempo per lo yoga e la cura dello spirito – e mi viene da dire che non tornerò mai più indietro.

Non ci starò più dentro alla ruota, a correre su me stessa come un criceto, non chiederò più il permesso quando avrò voglia di prendere un aereo, voglio godere di ogni grammo di vita che, mi sono accorta, essere incredibilmente fuggevole, come granelli di sabbia che scivolano dalle dita.
Voglio la granita alla menta in un mercoledì qualunque e Bianca che rincorre le onde, bella e selvaggia come un’amazzone.

Voglio il tramonto sul mare e il pesce fritto il lunedì pomeriggio.
Lo yoga la mattina sul nostro terrazzo e due biglietti per una destinazione inesplorata – fatti in misterioso silenzio – perchè i viaggi vanno tramati in gran segreto, come si fa quando si sta organizzando una rivoluzione.

Che a me poi, mi pare proprio di averla fatta una rivoluzione nella mia vita. E non è stato per niente semplice, e non l’ho fatto a cuor leggero, e avevo tutti contro, e ancora alcuni mi chiedono afflitti ” E senza un lavoro fisso, adesso, come farai?”
Beh, Signori miei, farò la rivoluzione.
Una rivoluzione che rimette ai piani alti le cose importanti della vita, che stravolge gli schemi mentali impolverati come quelle scrivanie piene di frustrazione, e libera le concezioni comuni di spazio – quattro mura – e tempo – sempre uguale, dal lunedì al venerdì -, e sarò scalza e vestita a caso.
Mi dimenticherò degli appuntamenti e di fare la spesa, e sarò presa a godermi il tempo con Bianca che ha sete di mamma – ma mai quanta io ne abbia di lei.
Mi immolerò come un amazzone per la mia rivoluzione della felicità.
E sorrido come un’ebete perché, comunque andrà a finire, se ho scelto la libertà, avrò vinto in ogni caso.

