Dopo giorni luminosi e confusi, di emozioni forti e tramonti mozzafiato, siamo tornate a Tatajuba.
Si torna sempre nei luoghi in cui si è amata la vita.
Diceva Chavela Vargas.
Anche se potrebbe comunque tornare da un momento all’altro.
I cambiamenti climatici sono arrivati pure qui.
Quest’anno, solo nelle prime settimane di gennaio ha piovuto già più di quanto se ne abbia memoria mettendolo a confronto con gli anni passati.
E questa non è propriamente la stagione delle piogge.
La laguna ha esondato e si è ricongiunta con il mare, spazzando via km di spiaggia.
Nonostante tutto i pescatori in questi giorni partono tranquilli.
Sui loro visi ammetto di non aver mai visto un cenno di preoccupazione, neanche durante la tempesta.
Come se partire per il mare per giorni, con quella barchetta di legno e le provviste in una jeleira, fosse la loro missione.
Qualunque sia la condizione del mare.
Quello è il loro elemento.
Anche noi, che abbiamo amato Jeri e le forti vibrazioni che ci ha regalato, ci sentiamo più a nostro agio qui.
In questa terra selvaggia e desolata.
Popolata da maiali, asini ed insetti mutanti dagli occhi che si illuminano.
Sembra quasi si possa percepire la rotondità della terra, come mi fa notare Bianca, indicandomi un punto lontanissimo in cui il mare si confonde con le nuvole.
L’acqua ritirandosi crea dei piccoli crateri nella sabbia grigia, il silenzio è quasi irreale e la sensazione che abbiamo è quella di camminare sulla luna.
Effettivamente in queste notti sembra proprio che questo posto le faccia da specchio.
Passeggiamo leggere tenendoci per mano.
Fluttuando.
Come astronauti nello spazio.
Glielo avevo promesso che saremmo andate sulla Luna prima o poi.
