“Che tempo di merda”.
E’ la prima cosa che penso alzando la serranda.
Novembre è l’unico mese in cui Roma sembra la Pianura Padana. Giornate uggiose che ti si appiccicano addosso , tanto che la mattina quando ti svegli e guardi fuori, ti senti proprio così, uggiosa come quel cielo.
Il grigio mi è entrato nel cervello ultimamente, ho nuvole cariche di pioggia che avvolgono le sinapsi. Sarà per questo che sto programmando viaggi nei paesi più colorati del mondo insieme alla mia bambina arcobaleno, compagna di viaggio fedele ed entusiasta.
Vediamo se riesco a ridare colori a questi pensieri in bianco e nero.
Preparo il caffè (che anche oggi rovescio sui fornelli – santissimo il cielo) e ricevo un messaggio.
Ma ho ancora le sinapsi intorpidite e ci metto un po’ a capire. Devo rileggerlo tre o quattro volte.
E, hai presente quella sensazione che provi quando entri in un posto con la borsa, l’ombrello, il cappuccio in testa, i piedi bagnati, smadonnando contro la pioggia e dopo poco esci da quel posto e non piove più e vedi un po’ di azzurro fare capolino dietro le nuvole?
Quel sorriso che ti compare sulla faccia come a dire, Oh per fortuna, Che bello, Era ora.
Ecco, quella sensazione lì, sono io che ricevo la notizia di un articolo sul Venerdì di Repubblica, in una grigia mattina di novembre.
Ma io davvero? Si sì, tu.
Io che non ho mai pensato di fare nulla di speciale, ma la cosa più naturale del mondo.
Sono una viaggiatrice, è scritto nei miei geni, lei non poteva essere molto diversa da me, se la genetica non è un’opinione ma una scienza provata.
Prenderla per mano e portarla con me nel mio peregrinare, è stato un processo naturale, come l’evoluzione della specie.
Da un individuo – uno zaino, due braccia, due gambe, due occhi e un cuore abbastanza grande da conservare tutti i ricordi e le avventure – a due individui che, non a caso, si assomigliano molto – due zaini, uno grande e uno piccolo, 4 braccia, 4 gambe (perchè così si va più lontano) 4 occhi per cogliere meglio quello che ci circonda e un cuore diviso in due ma fatto della stessa sostanza.
E’ un mutamento. Sono caratteri trasmessi ereditariamente che influenzano le generazioni successive.
Niente di speciale quindi.
Ma poi ho deciso di scriverlo e raccontarlo, e chissà quale strada tortuosa mi ha portato fino ad oggi. Fino all’articolo di Repubblica.
(Punto di partenza sia chiaro, non traguardo.)
Lancio il giornale sul sedile della macchina, prendo l’ombrello, mi alzo il cappuccio, smadonno ed entro in uno di quei negozi meravigliosi dove vendono yoga tea, lampade di sale, incensi… mi perdo un po’in giro, parlo e scherzo con la proprietaria (vegetariana da 25 anni) che ha appena ricevuto in dono da una cliente un pacco di salsicce fresche appena fatte, che io le vorrei dire: dammele a me per carità della pace, che già le vedo sulla polenta; ma poi rido e non dico niente che non si sa mai, compro un etto e mezzo di Palo Santo (che lì si pesa come il prosciutto), e poi mi rimetto il cappuccio in testa ed esco, e fuori non piove più.
E c’è pure un po’ di cielo azzurro laggiù dietro i pini.
Che io mi dico: ma è mai possibile? pochi minuti fa sembrava di essere sulle rive del Po.
Poi mi ricordo che in macchina ho quell’articolo da leggere sentendo il profumo della carta stampata – che oggi sicuramente profumerà un po’ di più – e mi compare sulla faccia quel sorriso beota.
E allora torno a casa e preparo gli zaini e i sacchi a pelo che è arrivata l’ora di rimetterci in cammino e andare a ‘fare sostanza delle nostre anime’.
Magari proprio in quei paesi pieni di colori – che ho voglia di camminare mano nella mano con lei fra i mercati e le dune di sabbia, sulle montagne e in riva all’oceano.
E colorare di nuovo le mie sinapsi, di tutte le sfumature di quel tramonto di cui tanto ci hanno parlato, del verde della giungla e dell’arancione del deserto.
Andiamo a tinteggiare questo autunno, aumentiamo la saturazione e mettiamo il filtro a colori che a me, i film in bianco e nero, non sono mai piaciuti

